L’Italia delega la liberazione dei propri ostaggi ad altri Paesi

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Di recente, strano a dirsi in questo periodo, è arrivata anche una buona notizia per l’Italia: l’8 ottobre scorso due nostri connazionali sono stati liberati nel Mali. Padre Maccalli e Nicola Chiacchio, dopo anni di prigionia nel Sahel, sono potuti tornare a casa e hanno visto il loro incubo improvvisamente svanire. C’è un filo comune che unisce questo casi ad altri accaduti nell’ultimo periodo. In particolare, il riferimento è alla liberazione di Silvia Romano e ai tentativi di riportare a casa i pescatori di Mazara Del Vallo trattenuti in Libia. L’elemento che lega i tre episodi riguarda l’atteggiamento dell’attuale governo italiano: sembra ormai infatti che Roma deleghi ad altri Paesi il lavoro quando occorre mediare per la liberazione di connazionali rapiti all’estero.

Gli italiani liberati grazie ai francesi

L’ultimo caso è forse quello più emblematico. Giovedì 8 ottobre è stata data la notizia che i due italiani in mani jihadista nel Mali, Padre Maccalli e Nicola Chiacchio, sono stati liberati. Rapiti tra il 2017 e il 2018, di entrambi nel corso degli anni si sono avute solo poche testimonianze della loro esistenza in vita. In un articolo pubblicato su IlGiornale.it, il 10 ottobre Fausto Biloslavo ha ricostruito la dinamica che ha portato alla loro liberazione: “Un cadeau, un regalo dei francesi. Si potrebbe definire così la liberazione dei due ostaggi italiani in Mali”, si legge in una dichiarazione di una fonte informata sui fatti riportata nell’articolo. Francia e Mali sarebbero stati in contatto già da inizio anno per arrivare alla liberazione del politico locale Soumaila Cissé. Parigi ha preteso l’inserimento nella stessa operazione della liberazione della cooperante transalpina Sophie Pétronin, in mano al gruppo Nusrat al-Islam, una delle filiali nel Sahel di Al Qaeda. Già in estate l’accordo sarebbe pronto. Ad agosto però a Bamako un colpo di Stato ha rovesciato il governo maliano e ha rischiato di rovinare tutto.

La trattativa è però proseguita. In cambio della liberazione di Cissé e della cittadina francese, gli islamisti hanno chiesto il rilascio dalle carceri di almeno 180 loro affiliati: “L’Italia riesce ad infilare nell’accordo Maccalli e Chiacchio grazie ai francesi – riporta Fausto Biloslavo – che ci devono qualcosa per il concreto appoggio alla Task force Takuba“. Quest’ultima è la nuova missione a cui Roma ha aderito e che prevede il posizionamento di 200 militari nel Mali. Lo scambio è quindi andato in porto e si è così arrivati alla liberazione dei due italiani. Un “affare” quindi gestito in primo luogo dai francesi. Parigi ha condotto le trattative riuscendo a inserire Maccalli e Chiacchio tra le persone da liberare dopo il via libera italiano al supporto alla missione Takuba.

Il caso Silvia Romano

Dal Mali alla Somalia, dalla Francia alla Turchia. Nel mese di maggio, con l’Italia da poco fuori dalla Fase 1 della lotta al coronavirus, la notizia della liberazione di Silvia Romano ha avuto un impatto mediatico non indifferente. La ragazza era stata rapita in Kenya nel 2018 e di lei si erano perse le tracce. Anche in questo caso pochi giorni dopo il rientro in patria sono apparsi i primi dettagli sulla vicenda. Se in Mali sono stati i francesi a permettere la liberazione degli italiani, per Silvia Romano è risultato decisivo il servizio segreto turco. Una scelta che ha suscitato non poche polemiche e molte domande ancora irrisolte. A partire da quella relativa al perché l’Italia ha deciso a un certo punto di rivolgersi ad Ankara: “Sappiamo che la Turchia ha assunto un ruolo fondamentale di forza politica in Somalia nel corso del decennio appena trascorso – hanno scritto Brendon J. Cannon e Federico Donelli il 28 maggio sul sito dell’Ispi – questo però non fornisce ancora una spiegazione del perché il governo italiano abbia deciso di contattare Ankara a fine 2019 a proposito della questione Silvia Romano”.

Le trattative infatti sarebbero iniziate sul finire dell’anno scorso, dilungandosi per diversi mesi: “La domanda più urgente è forse – proseguono i due esperti dell’Ispi – quale ruolo hanno giocato i servizi di intelligence turchi (MIT) nel processo di liberazione di Silvia Romano dalle mani di al-Shabaab? Una prima risposta è che probabilmente il MIT ha agito attraverso i servizi somali (NISA) facendo leva sulle strette relazioni con il Qatar“. L’asse quindi dove si è giocata la partita che ha portata a casa Silvia Romano è stato quello Roma – Ankara – Doha – Mogadiscio. Da qui le polemiche anche di natura politica arrivate nelle settimane successive. Appare ancora ignoto infatti il prezzo politico che l’Italia ha dovuto pagare per rendere solido quell’asse che ha permesso la liberazione della nostra concittadina.

La mediazione degli Emirati per i pescatori trattenuti a Bengasi

Dai casi sopra evidenziati emerge quindi come il nostro Paese si affidi ad altri governo e ad altri servizi per arrivare alla liberazione degli ostaggi. Deleghe che potrebbero starci nel caso di nazioni come il Mali, dove Parigi ha sempre avuto legami molto forti. Situazione diversa invece per la Somalia: oltre al passato coloniale dell’Italia nel Paese africano, Roma qui ha sempre vantato importanti rapporti e influenze, oltre ad avere sul territorio diversi soldati impegnati in operazioni di addestramento dell’esercito locale. Stesso discorso applicabile per la Libia, altra nazione dove storicamente l’Italia ha una presenza importante. Eppure anche per i pescatori sequestrati dalle motovedette del generale Khalifa Haftar in Cirenaica Roma è stata costretta a chiedere aiuto ad altri attori. Il primo settembre, poco dopo la visita del ministro degli Esteri Luigi Di Maio nel Paese, due pescherecci di Mazara del Vallo sono stati presi dai libici. 

Da allora le famiglie dei 18 marinai (di cui otto italiani) a bordo non hanno più rivisto i propri cari. Haftar avrebbe preteso la liberazione di quattro ragazzi libici detenuti in Italia in cambio della fine del sequestro dei mezzi. La trattativa è apparsa subito in salita, con il governo di Roma che ha provato a rivolgersi agli storici alleati del generale. Negli ultimi giorni si è avuta notizia di un coinvolgimento degli Emirati Arabi Uniti, i quali starebbero portando avanti colloqui con il Libyan National Army, l’esercito guidato da Haftar.