Il mondo in via di sviluppo ha fame di infrastrutture, che siano ponti o che siano autostrade, che siano aeroporti o che siano acquedotti, e chiunque sarà in grado di soddisfare questo appetito elefantiaco, avrà in mano le chiavi del futuro. Perché il domani non si sta scrivendo nell’anziana e sterile Europa occidentale, ma tra Africa, America Latina, Asia e spazio postsovietico.

Le potenze dalla vista più aquilina non stanno perdendo tempo: le loro eccellenze nazionali sono partite alla volta del mondo in via di sviluppo per vincere commesse, rilevare aziende, formare la futura classe dirigente e portare avanti delle diplomazie tanto umanitarie quanto utilitaristiche, basate più sul do ut des che sul donum sincerum. Non neocolonialismo, quanto realpolitik allo stato puro. E l’Italia, che abbisogna urgentemente di un ritorno alla storia, pena la sua involuzione ad una metternichiana espressione geografica, è chiamata a cogliere l’attimo, prima che sia troppo tardi, prima che lo facciano altri, raccogliendo gli appelli provenienti da quelle aree del mondo che nel Bel Paese hanno tradizionalmente visto un amico ed un partner affidabile, perché in grado di coniugare qualità e prezzo e perché estraneo alle logiche dell’imperialismo economico. L’Africa (ci) chiama, così come (ci) chiamano i Balcani, ed è giunto il momento di ascoltare e di agire.

L’Italia nei Balcani: una presenza che va sbiadendo

La recente questione della caduta del Montenegro nella trappola del debito cinese avrebbe dovuto persuadere l’Italia della necessità di un grande ritorno nei Balcani. Perché al di là dell’Adriatico, polveriera d’Europa e seconda casa dell’Italia da tempo immemorabile, oramai si parla di tutto – arabo, turco, russo, cinese, ebraico, tedesco – meno che la nostra lingua. E la colpa della babelizzazione dei Balcani, se di colpa si può parlare, è da imputare più al disinteresse della classe politica nostrana che all’albeggiare dell’epoca multipolare.

In Albania, storico angolo d’Italia nei Balcani, per ogni corso di italiano che viene chiuso, ne vengono aperti uno di turco e uno di tedesco. Il legame culturale con la Romania non è mai stato capitalizzato del tutto, né sembra che la classe politica nostrana sia interessata a cambiare rotta nel prossimo futuro. Idem in Bosnia ed Erzegovina e Kosovo, dove il nostro spazio d’azione sta venendo eroso dal dinamismo aggressivo della Turchia, le cui longae manus, come Tika e Diyanet, riescono a capitalizzare geopoliticamente i loro investimenti in potere morbido.

Scrivere di Balcani è importante, attuale, perché è qui che si sta scrivendo un capitolo fondamentale della competizione tra grandi potenze. E anche perché se la polveriera dovesse esplodere, l’Italia, per ragioni di contiguità geografica, verrebbe travolta dall’onda d’urto. Non si tratterebbe di entrare in una partita già cominciata con l’obiettivo di una rimonta impossibile, ma di uscire da una situazione di stallo avendo come meta una realistica vittoria. Perché l’Italia, pur avendolo dimenticato, continua ad essere il primo partner commerciale dell’Albania, il secondo di Bosnia ed Erzegovina, Montenegro, Slovenia, CroaziaRomania ed il quarto della Moldavia. Ed è precisamente da qui, dalla capitalizzazione geopolitica del nostro peso in commercio ed investimenti, che potremmo e dovremmo ripartire per non perdere la partita per i Balcani.

I Balcani hanno fame di infrastrutture

La penetrazione economica è l’anticamera dell’influenza politica, quindi della tentacolarizzazione geopolitica, e l’Italia, come si è visto, ha un vasto bacino di potenziale inespresso da cui attingere. Il debito del Montenegro potrebbe essere riscattato da noi, perché il porto di Bar è una porta sull’Adriatico, ovvero sull’Italia, e anche perché, nonostante lo abbiamo dimenticato, la triestina Ocean Interlog ha recentemente rilevato l’intero capitale di Pomorski Poslovi, l’ente titolare dei servizi marittimi del suddetto. E rimanendo in tema di Montenegro, v’è un altro elemento non trascurabile: quivi abbiamo una lunga storia di costruzioni di edifici, strade ed altre infrastrutture. Le nostre ditte, in breve, potrebbero terminare quei lavori cominciati e mai finiti dalle controparti cinesi.

Spostando il mirino ad oriente, c’è una Romania alla continua ricerca di investitori interessati a trasformare il pivotale porto di Costanza nel punto di riferimento del Mar Nero – la cui centralità va aumentando progressivamente, complici la nuova guerra fredda e la maggiore interconnessione tra i mercati europeo, turco, azerbaigiano e centroasiatico –, e che, inoltre, abbisogna di esperti che la aiutino a sfruttare il proprio potenziale energetico latente – dal gas naturale alle fonti rinnovabili – e ad ampliare la sua logora e sottosviluppata rete di comunicazione autostradale e ferrovaria.

E in prossimità di Bucarest, cugina della cui latinità non ci interessa – anche se dovrebbe –, giace la piccola ma altrettanto geostrategica Chișinău, dove potremmo e dovremmo fare concorrenza alla Tika di Ankara, che quivi ha investito più di 20 milioni di dollari dal dopo-guerra fredda ad oggi, e alla KfW di Berlino, che sta conquistando il cuore dei moldavi portando l’acqua nelle loro case. Perché anche l’Italia ha eccellenze in grado di competere con i giganti turchi e tedeschi dell’edilizia urbana, della cantieristica stradale, delle ferrovie e dell’acqua: deve soltanto incitarli a partecipare agli innumerevoli appalti che vengono aperti periodicamente nella rumenosfera.

La Turchia sta costruendo la Sarajevo-Belgrado, astutamente ribattezzata l’autostrada della pace, e l’Italia, quarta a livello europeo per superficie totale ricoperta da superstrade, ma prima per “cultura dell’autostrada”, dovrebbe ponderare le possibilità di un’autostrada delle aquile, che crei un tutt’uno tra Tirana, Pristina e Skopje, o di un’autostrada di Traiano, che colleghi Bucarest a Chișinău.

Acquedotti, strade, ferrovie, metropolitane, città intelligenti: tanti sono i generi di cantieri che potrebbero parlare italiano, ma che, al momento, parlano quasi esclusivamente tedesco, cinese, austriaco, olandese, francese e turco. Potremmo offrire un rapporto qualità-prezzo incomparabile, aggressivamente concorrenziale, facendo leva su quel potere morbido inespresso per ricevere prioritizzazione e trattamenti preferenziali. Potremmo vincere la partita per i Balcani, perché in possesso di un bagaglio invidiabile in termini di capitale, competenze e conoscenze; tutto ciò di cui abbiamo bisogno è una semplice presa di coscienza.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE