In Iraq per il momento non si vede alcuna luce in fondo al tunnel della crisi politica innescata dalle dimissioni del premier Mahdi a ottobre, a sua volta figlie delle proteste popolari iniziate alcune settimane prima per via della pesante situazione economica che affligge il Paese arabo. La svolta sembrava essere arrivata a gennaio, con la nomina di Mohammed Allawi quale premier designato. Tuttavia anche questo tentativo è oramai destinato a tramontare: con una missiva inviata al presidente della Repubblica Barham Salih ed a tutti i parlamentari, lo stesso Allawi ha rinunciato all’incarico, aprendo la strada a possibili nuove elezioni. Senza però un primo ministro con pieni poteri ed un governo in grado di attuare importanti riforme, l’Iraq rischia di scivolare sempre più nel baratro dell’instabilità, così come scritto su InsideOver. Per di più, a questo occorre anche aggiungere i problemi relativi all’epidemia di Coronavirus, sempre più spauracchio di un Paese il cui sistema sanitario appare molto fragile.
Una crisi senza via d’uscita
Le proteste che sono iniziate a settembre sono partite dalle province meridionali del Paese. Si tratta delle zone a maggioranza sciita, teoricamente più vicine ad un governo retto da una maggioranza parlamentare filo sciita. Ma è proprio da questo fronte che è uscito il malcontento popolare verso una situazione, tanto economica quanto politica, ritenuta oramai ben poco accettabile. Molte città del sud del Paese da anni stanno assistendo ad un aumento dell’estrazione del petrolio, ad un traffico di camion e mezzi legati all’indotto sempre più importante, senza che però arrivino reali miglioramenti nelle condizioni di vita della popolazione. Anzi, anche in grandi centri come Bassora, Nassirya, Najaf ed altre città meridionali, acqua ed energia vengono razionati, negli ospedali mancano a volte le medicine, centinaia di giovani non hanno la minima prospettiva futura di lavoro. Il sud dell’Iraq già da anni ha assunto l’aspetto di una polveriera pronta ad esplodere e la deflagrazione, avvenuta con l’inizio delle proteste, è stata innescata anche da motivi prettamente politici. Alle richieste di riforme sul fronte economico, si sono aggiunte quelle contro le ingerenze straniere, iraniane ed americane in particolar modo.
Ben si comprende dunque come mai trovare un punto di equilibrio in una situazione del genere appaia alquanto complicato. Già dopo le elezioni del maggio 2018 il Paese ha dovuto aspettare mesi prima della nascita di un nuovo governo, a gran parte degli analisti è apparsa una sfida quasi impossibile quella di vedere risolta la crisi politica adesso con la nomina di Allawi. E così è stato: il patto che aveva legato la coalizione Sairoon, guidata dal chierico sciita Moqtad Al Sadr, alle liste Fatah, queste ultime legate alle milizie Pmu anti Isis, è saltato quando oramai sembrava poter cambiare le sorti dell’attuale stallo. Ma del resto, dopo aver intimato di sospendere le proteste di piazza, era stato lo stesso Al Sadr a convocare una grande manifestazione a Baghdad per chiedere maggior rapidità nella formazione del nuovo esecutivo. Un segnale, l’ennesimo, di come tutti gli accordi e gli equilibri trovati in realtà non erano in grado di reggere alle prime prove politiche.
E adesso è difficile capire in che modo l’Iraq, che nel frattempo a gennaio è stato terreno di scontro tra Iran ed Usa dopo il raid che proprio a Baghdad ha ucciso il generale Soleimani, possa trovare una sua stabilità. Lo stesso Allawi, come riferito da AgenziaNova, avrebbe proposto elezioni anticipate in prossimo 4 dicembre. Ma ogni decisione in tal senso spetterà soltanto al presidente Salih, il quale per il momento non si è ancora pronunciato.
Lo spettro del Coronavirus
Intanto il Paese è alle prese con l’epidemia del Covid-19. La situazione per il momento non sembra essere grave come nel confinante Iran, ma le autorità sanitarie trattengono il fiato per il timore che, nel giro di poco tempo, i contagi possano mettere l’Iraq dinnanzi ad una nuova dura prova. Per il momento i casi accertati sono 35, con due pazienti deceduti negli ospedali. Ma si teme che in realtà l’epidemia possa già aver messo piede in buona parte del Paese. Non appena a metà febbraio sono arrivate notizie di primi contagi in Iran, a Baghdad si è deciso di chiudere le frontiere con il Paese ed attuare seri controlli su chi arriva dalle città iraniane. A Najaf, dove si è registrato il primo caso iracheno, sono state attuate misure drastiche tra cui il divieto di uscire e di entrare in questo territorio, mentre molte limitazioni sono state imposte negli spostamenti tra le varie province.
Casi di Coronavirus sono stati segnalati anche nel nord dell’Iraq e nella provincia autonoma curda. La vera preoccupazione consiste nel fatto che il sistema sanitario, molto fragile dopo anni di guerra e dopo una ricostruzione mai iniziata, possa non reggere all’urto derivante dal dilagare dell’epidemia. Il ministero della sanità, secondo quanto rivelato nei giorni scorsi dal Daily Mail, si è rivolto anche ai privati per sostenere i costi dell’acquisto di nuove apparecchiature e nuovi mezzi in grado di potenziare urgentemente il sistema sanitario. Ma si tratta di soluzioni tampone: un governo ancora non c’è, quello attuale è in carica solo per l’ordinaria amministrazione, nel caos più totale l’Iraq non ha nessuna figura in grado di prendere quelle decisioni in grado di evitare ulteriori e più gravi problemi.
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