Le esportazioni di petrolio nel 2018 raggiungono record inimmaginabili appena qualche anno prima, mai l’Iraq è riuscita ad esportare tanto oro nero nella storia recente. Ma nel paese mesopotamico, al contrario, appare indispensabile adesso importare acqua. Lì dove non è raro vedere laghetti di petrolio affiorare in superficie, mancano sempre più torrenti e percorsi fluviali. L’Iraq è a secco, i terreni sono aridi e quattro milioni di persone adesso rischiano di rimanere senza acqua e con la prospettiva di emigrare. 

Turchi sotto accusa

Il problema è avvertito soprattutto nel sud del paese, proprio lì dove il via vai di camion che trasportano petrolio lasciano la popolazione doppiamente delusa: i cittadini che si aspettano miglioramenti delle proprie condizioni di vita grazie alla ripresa del commercio dell’oro nero, sono invece costretti a vivere in situazioni sempre più disperate e, beffa delle beffe, anche senza acqua. Ad agosto il governo iracheno ha acquistato acqua dai paesi vicini. Per rifornire le regioni del sud, le stesse dove tra l’altro si sono verificati scontri nella scorsa estate, decine di autobotti sono dovute arrivare fin dentro Bassora che, diversamente, sarebbe rimasta a secco. “Ma il problema riguarda tutto il paese”, tiene a sottolineare il ministro delle risorse idriche Hassan al-Janabi. Il dito è puntato su Ankara: secondo i leader iracheni, la costruzione di numerose dighe nel sud della Turchia ha diminuito la portata del Tigri. Il fiume che da secoli fa della Mesopotamia la “mezzaluna fertile”, adesso vede attorno le proprie sponde avanzare il deserto. 

Una situazione questa evidenziata anche da un recente reportage di Bel Trew sul The Indipendent, il cui articolo ha come foto di copertina alcune barche arenate in un terreno senza più acqua con, sullo sfondo, uno sbuffo di una raffineria di petrolio. Un’immagine che testimonia la situazione nel paese: c’è sempre più petrolio da pompare, sempre meno acqua per la popolazione ed irrigare i campi. 

Si rischia nuova ondata di profughi 

Oltre le dighe turche, le autorità irachene denunciano una drastica diminuzione delle piogge. La siccità avrebbe cause sia naturali che artificiali in Iraq, con il paese costretto quindi a chiedere ai paesi limitrofi di vendere acqua per dissetare una popolazione ridotta allo stremo. E la crisi umanitaria appare dietro l’angolo. Secondo un calcolo delle Nazioni Unite almeno quattro milioni di persone potrebbero essere costrette a lasciare le proprie case. La mancanza d’acqua potrebbe spingere in tanti ad emigrare, circostanza questa che acuirebbe la crisi di un paese che, per via della guerra all’Isis, ha visto già emigrare verso l’Europa migliaia di persone. 

Ciò che non ha fatto l’Isis, lo sta facendo la crisi economica ed adesso anche la mancanza d’acqua. L’Iraq non trova pace ed adesso la popolazione, oltre allo spauracchio dell’estremismo islamista, deve convivere con la penuria del bene più prezioso che serve per vivere.