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Non è bastato il turno di questo venerdì in Iran per decretare il successore di Ebrahim Raisi, il presidente morto nello scorso mese di maggio nello schianto del suo elicottero. Per la seconda volta nella storia della Repubblica Islamica infatti, il Paese andrà al ballottaggio per eleggere il nuovo capo dell’esecutivo. Nessun candidato ha raggiunto il 50%+1 dei voti necessario per poter essere eletto. Anche se i risultati definitivi probabilmente arriveranno all’inizio della prossima settimana, il quadro appare oramai abbastanza consolidato. A sfidarsi saranno due candidati apparentemente agli antipodi: da un lato il riformista, vera sorpresa del voto, Massoud Pezeshkian, dall’altra il conservatore Saeed Jalili.

Un’inattesa sfida a due

Il sentore di un ballottaggio a Teheran ha iniziato a serpeggiare poche ore prima del voto. Veri e propri sondaggi alla vigilia non sono stati diramati, ma sui social e per le strade in tanti hanno espresso il proprio appoggio proprio a Massoud Pezeshkian. Medico di 69 anni, ex ministro della sanità durante l’era del presidente riformista Khatami, Pezeshkian secondo molti analisti è risultato il più convincente tra i candidati durante gli ultimi dibattiti televisivi.

Stando ai risultati ufficialmente comunicati, a lui sarebbe andato il 42% dei consensi ed è dunque stato il più votato del primo turno. Di origine azera e curda, proveniente dalla delicata e strategica regione di Tabriz, Pezeshkian porterà in dote al secondo turno il fatto di essere l’unico rappresentante dell’ala moderata/riformista del panorama politico della Repubblica Islamica. Il suo programma in effetti prevede una maggiore distensione con l’Occidente, nonché la revisione della norma relativa all’obbligatorietà dell’hijab per le donne.

Alle sue spalle invece si è piazzato il diplomatico e conservatore Saeed Jalili. A lui, volto noto nelle cancellerie occidentali per essere stato tra i capi negoziatori dell’accordo sul nucleare, sarebbe invece andato il 38% dei consensi. Fautore di una linea più “isolazionista” in politica estera, Jalili è fautore anche di una linea conservatrice in campo sociale.

Il rebus affluenza

Staccati gli altri due candidati, a partire dal presidente del parlamento Mohammad Qalibaf. È sicuramente lui il grande deluso della tornata elettorale visto che, anche nell’immediata vigilia, era considerato da molti come il vero favorito. In ultima posizione si è invece piazzato l’unico religioso in lizza, Mustafa Pourmohammadi. E anche questa è una notizia: comunque vada al ballottaggio fissato per il 5 luglio, il prossimo presidente iraniano non sarà un membro del clero sciita. Circostanza che, dalla rivoluzione islamica del 1979 a oggi, si è verificata unicamente una volta con la presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Quest’ultimo, fino a oggi, è stato anche l’unico presidente a essere eletto al secondo turno: era il 2005 infatti quando l’allora sindaco di Teheran batteva al ballottaggio Alì Rafsanjani.

La vera incognita del voto odierno riguarda l’affluenza. Non ci sono dati ufficiali in tal senso, ma i media locali parlano di un 40%-42% di elettori al voto. Una percentuale molto bassa e che, come evidenziato dalla corrispondente di Al Jazeera a Teheran, Zeina Khodr, implicherebbe anche una difficoltà degli stessi riformisti a portare persone ai seggi.

“Molti – ha scritto Kodr – sono convinti che lo stesso Pezeshkian altro non è che l’espressione di un candidato di governo”. Per la Guida Suprema Khamenei e i vertici della Repubblica Islamica, in vista del ballottaggio, la vera sfida riguarda proprio la ricerca di una legittimazione politica al momento messa in discussione da urne poco frequentate.

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