Dopo tre anni dall’ultima volta, in Iran si torna alle urne. Nel 2021 si era votato per eleggere il nuovo presidente, stavolta invece ai cittadini iraniani tocca scegliere i 290 deputati che comporranno il nuovo parlamento. Una sorta di elezione di metà mandato in versione iraniana: tradizionalmente, da quando è nata la Repubblica Islamica, nell’anno bisestile si rinnova l’organo legislativo e si verifica la solidità politica del mandato presidenziale in scadenza 12 mesi più tardi.
Quando il Paese è andato alle urne tre anni fa, i problemi erano gli stessi di oggi: un’economia che stenta a decollare, una società sempre più insofferente ai dettami morali della teocrazia, minoranze etniche che rivendicano più spazio. Ma rispetto al 2021 c’è un contesto politico interno e internazionale del tutto diverso. Su quest’ultimo fronte, Teheran è chiamata a fare i conti con la guerra in Ucraina e soprattutto con il caos a Gaza. Mentre, sul piano interno, il Paese è uscito da mesi di proteste generate dalla morte di Masha Amini, ragazza di 22 anni deceduta nel settembre 2022 all’interno di una stazione di polizia.
La vera sfida si gioca sull’affluenza
I candidati per i 290 posti all’interno del Majles, il parlamento iraniano, in origine erano più di 24mila. Tra questi, in 15mila hanno superato il vaglio del consiglio dei guardiani: sono stati valutati curriculum, titoli di studio, precedenti penali ma anche precedenti “morali”. Tra le candidature ammesse, ce n’è una che ha destato non poco scalpore: è quella di Iraj Maleki, un comico che sui social ha denunciato le storture della società iraniana. Non sono pochi, a Teheran come all’estero, a chiedersi come abbia fatto il candidato a superare l’ostacolo rappresentato dalla rigida valutazione dei guardiani.
Il motivo forse è rappresentato dai sondaggi. Non da quelli che indicano le percentuali dei partiti, bensì degli intenzionati ad andare alle urne. Si tratterebbe di cifre molto allarmanti, in grado di suscitare perplessità tra i vertici della Repubblica Islamica. Nel 2020 per le ultime legislative l’affluenza è stata del 42%, non è difficile credere che in questo venerdì la percentuale sarà ancora più bassa. Forse a Teheran non si crede ai sondaggi diffusi dall’olandese Ganaam Institute, secondo cui il 65% tra coloro che hanno per la prima volta diritto di voto non andranno alle urne. Ma anche i vertici della Repubblica Islamica sono ben consapevoli che molti giovani diserteranno l’appuntamento elettorale.
In un Paese dalla popolazione molte giovane e in cui i neo maggiorenni sono 3.5 milioni, si tratta di un problema non secondario. Poca affluenza vuol dire scarsa legittimità politica che, a sua volta, significherebbe maggiore debolezza delle istituzioni. Le proteste del 2022 hanno forse accelerato il processo di perdita di credibilità delle autorità, creando così profonde spaccature tra le generazioni più giovani e l’attuale potere politico.
Candidati come Maleki potrebbero servire per attrarre alle urne molti tra coloro che sono intenzionati a non andare ai seggi. Quasi a voler dimostrare che all’interno dell’attuale sistema politico c’è ancora spazio per voci molto critiche. Una “concessione“, al pari di quella annunciata nelle scorse ore secondo cui le autorità accetteranno il voto anche delle donne che si presenteranno ai seggi senza velo. Un altro modo per provare a riempire le urne con le schede dei più scettici. Le mosse però potrebbero rischiare di risultare quantomeno tardive.
I personaggi chiave delle elezioni
Chi andrà al voto, si troverà davanti una scheda con tanti nomi su cui si dovranno sbarrare con la matita i simboli dei candidati scelti. Il sistema è infatti uninominale, con il voto che va alla persona indicata nella scheda e selezionata tra una rosa ampia di potenziali preferenze. Si calcola che per ogni seggio ci saranno in media di 52 candidati. Chi tra questi otterrà il maggior numero di voti sarà eletto, a meno di non raggiungere il quorum del 25%: in quel caso, si procederà con il secondo turno.
La potenziale alta astensione, sotto il profilo politico, pone come favoriti i candidati conservatori. Coloro cioè che sono più vicini al clero sciita e all’attuale presidente, Ebrahim Raisi. Già nel 2020 i partiti più conservatori hanno ottenuto 199 seggi su 290, lasciando i cosiddetti riformisti in netta minoranza. La dicotomia tra conservatori e riformisti è una costante della Repubblica Islamica, tuttavia non occorre pensare a questi due schieramenti come a due blocchi monoliti. Non esistendo partiti tradizionali, a rappresentare le due istanze ci sono liste, associazioni e candidature indipendenti destinate poi a comporre il mosaico istituzionale iraniano.
Tra i conservatori gli occhi sono puntati su Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del parlamento ed ex sindaco di Teheran. Potrebbe essere lui a guidare la pattuglia parlamentare più vicina a Raisi. Tra i riformisti in molti presteranno attenzione al risultato di Iraj Maleki, mentre è da decifrare il posizionamento di un volto politico popolare come Ali Motahari. Cognato di Ali Larijani, ex presidente del parlamento, viene considerato un conservatore moderato ma secondo la stampa locale la sua candidatura sarebbe sostenuta da moderati e riformisti.
Il voto per l’Assemblea degli Esperti
Venerdì a essere rinnovato non sarà solo l’organo legislativo. Al contrario, le urne si apriranno anche per rinnovare l’Assemblea degli Esperti. Si tratta di una consulta formata da 88 membri del clero eletti ogni otto anni. Il loro principale compito è rappresentato dal dover eleggere la nuova Guida Suprema in caso di morte o di impossibilità di proseguire l’incarico.
Dall’assemblea quindi potrebbe uscire il nome della prossima Guida, figura di massimo rilievo istituzionale all’interno della complessa architettura della Repubblica Islamica. Scontata anche qui l’affermazione dei conservatori, tuttavia potrebbero emergere dati politicamente rilevanti. Quali, tra tutti, il numero di preferenze del presidente Raisi, anch’egli in corsa per un seggio.
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