Paese proiettato verso l’Europa ma anche in grado ancora di guardare verso la Russia, considerata da sempre amica. Una contraddizione che ben può esprimere quella che è l’attuale situazione della Serbia: Belgrado è un attore essenziale per gli equilibri nei Balcani, con ancora però molti dossier su cui nessun governo negli ultimi anni ha mai trovato una precisa sintesi. Dal processo di integrazione verso l’Ue e la Nato, alla vicinanza sopra indicata alla Russia, passando quindi per la questione del Kosovo e per una democrazia non ancora ben formata e compiuta. Ed a proposito di quest’ultimo punto, proprio nei giorni scorsi la Serbia è tornata al voto per eleggere il nuovo parlamento. I risultati hanno aperto ad una lunga serie di incognite.

Vucic “padre padrone” della Serbia

Le legislative sono state vinte in modo netto dal Partito Progressista Serbo, la formazione cioè del presidente Aleksandar Vucic. Ma su questo voto hanno pesato tanti fattori, a partire da una campagna elettorale a fari spenti per via dell’emergenza Covid, passando per un vero e proprio boicottaggio dell’opposizione ed un’affluenza di gran lunga ridimensionata rispetto ad altre consultazioni: “La vittoria elettorale di Aleksandar Vucic e del suo Partito Progressista Serbo sancisce in realtà una sconfitta per la Serbia e il popolo serbo”. Il giudizio di Francesco Trupia, analista e studioso italiano da anni impegnato sui Balcani e che lavora a Sofia, appare netto: “La totale assenza del principale blocco di opposizione, la bassa affluenza alle urne, registrata soprattutto a Belgrado – ha proseguito il ricercatore – e le tante irregolarità viste ai seggi, evidenziano come qualsiasi parametro democratico in Serbia non viene al momento rispettato”.

Nel Paese balcanico nell’opinione pubblica, come ha sottolineato lo stesso Trupia raggiunto da InsideOver, si è diffusa sempre più l’idea che, in proporzione, “Milosevic a confronto di Vucic rimane un piccolo uomo”. Un presidente “padrone” della Serbia è dunque l’elemento principale che è emerso dopo l’ufficializzazione dei risultati: “Vucic rimane la figura politica predominante non solo all’interno del contesto nazionale serbo, ma anche in quello balcanico e financo europeo – ha dichiarato ancora Francesco Trupia – Subito dopo aver commentato la sua stessa vittoria, Vucic ha addirittura ricevuto le congratulazione da parte di Donald Tusk, la cui posizione rimane evidentemente problematica in ottica europea alla luce dell’evidente assenza di garanzia del funzionamento della macchina democratica in Serbia. In tal modo, Vucic appare oggi addirittura legittimato in Unione Europea”.

Quale futuro per la democrazia serba?

Ad impressionare è stato soprattutto il boicottaggio operato dall’opposizione, una situazione che nelle consultazioni che coinvolgono i Paesi del vecchio continente si vede sempre più raramente: “La critica all’“Aventino serbo” è contestabile – ha sottolineato sempre il ricercatore italiano da Sofia – Ma è pur vero che tale strategia ha non solo evidenziato le irregolarità della campagna elettorale in piena emergenza Covid-19, ma ha anche svelato la continuità politica e di intendi tra le poche forze di opposizione che siederanno in Parlamento e lo stesso Partito Progressista Serbo”. Dunque, il serio rischio è che per i prossimi anni nel Paese balcanico non esista una vera e propria opposizione e che, al contrario, il parlamento risulti del tutto orientato verso l’asse politico filo Vucic, l’unico di fatto rimasto all’interno dell’aula legislativa e delle stanze della politica in Serbia.

“Le varie alternative politiche continuano a rimanere isolate e marginali – ha evidenziato Trupia – per via della mancanza di regole democratiche nel Paese, e paradossalmente contese da altri piccoli gruppi in possibile crescita che rappresentano una continuità ideologica, benché più radicale, del mainstream politico. Il Partito Radicale Serbo di Vojislav Seselj, che non è riuscito a entrare in Parlamento, e la galassia di associazioni e piccoli movimenti a lui vicina ne sono l’esempio”.

Tra Bruxelles e Mosca

Appurato quindi che la linea a Belgrado verrà dettata nei prossimi anni da Vucic e dal suo partito, occorre adesso capire quale direzione prenderà la Serbia. Il Paese oscilla storicamente tra un mai del tutto avviato processo di integrazione all’Ue ed una vicinanza mai ridimensionata alla Russia: “La Serbia rimane un forte candidato per l’ingresso in Unione Europea – ha dichiarato ancora Trupia – Negli ultimi anni il processo di europeizzazione ha visto nei Balcani Occidentali e nella Serbia in modo particolare una regione assai strategica sul piano geopolitico. Bisognerà vedere fino a che punto Vucic riuscirà a presentare la propria strategia doppiogiochista”. Sì perché quella del presidente serbo appare una politica “dai due forni”: non si abbandona Mosca, ma al tempo stesso prosegue il dialogo con l’Ue e Bruxelles.

“Vucic da una parte mostrerà la propria volontà di soddisfare le condizioni di accesso nell’UE imposte da Bruxelles in modo da beneficiare della cooperazione con Paesi più forti economicamente – ha sottolineato il ricercatore italiano – nonostante le sue critiche non mancheranno. Allo stesso tempo, continuerà strategicamente le sue relazioni con Cina e Russia che, a loro volta, tengono l’Europa in uno stato di continua allerta per la maggiore influenza che Pechino e Mosca possono giocare nel periodo post-Covid19”. L’incognita riguarda quindi fino a che punto Vucic riuscirà a mantenere questa sottile linea di equilibrio tra posizioni europeiste ed amicizia con il Cremlino. Compito non semplice, vista la delicatezza dei dossier che riguardano sia il processo di adesione all’Ue e sia le politiche di vicinanza a Mosca.

Le condizioni economiche della Serbia

Il ricercatore da noi intervistato come detto vive e lavora a Sofia, ma il suo ambito lavorativo abbraccia i Balcani e dalla capitale bulgara si ha una postazione privilegiata per osservare le dinamiche della regione: “Da qui posso spostarmi verso tutta l’area balcanica, negli anni ho potuto verificare i cambiamenti di questa zona sia in positivo che in negativo”, ha dichiarato Trupia. Dunque, anche a livello economico è stato possibile tracciare quello che è l’attuale quadro della Serbia. E qui emergono elementi molto interessanti, a partire da una sempre più marcata disparità sociale: “La scorsa estate, Manuel Macron celebrava l’anniversario dell’amicizia franco-serba nata durante il Secondo Conflitto Mondiale promettendo investimenti in Serbia e soprattutto a Belgrado – ha fatto presente l’analista italiano – come l’allargamento dell’aeroporto e la creazione di una metropolitana. Tutto ciò si inserisce all’interno di un contesto che vede già la presenza di investimenti stranieri all’interno del Paese”.

Ma non è tutto oro quello che luccica: l’immagine di una Serbia più stabile pronta ad ospitare investimenti stranieri non sempre corrisponde a realtà. E Trupia fa un esempio: “Il progetto “Belgrade Waterfront” lungo le rive del fiume Sava racchiude la paradossale posizione della Serbia sul piano economico: un’immensa struttura capace di cambiare radicalmente il paesaggio urbano di Belgrado, all’interno della quale la stragrande maggioranza della popolazione non potrà usufruire delle nuove aree lusso per via dell’alto tasso di povertà”.

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