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Il Kosovo è la vena scoperta dei Balcani. Una vena collegata direttamente al cuore della polveriera d’Europa, la serbosfera, che può dare e togliere la vita e che può consentire, a colui che se ne impadronisce e ne regola il flusso sanguigno, di egemonizzare i Balcani. Geostrategia, disciplina dimenticata nella post-storica Europa, allo stato puro.

Chi controlla il Kosovo è naturalmente proiettato verso l’albanosfera, ovverosia il microcosmo civilizzazionale in ascesa incardinato sul triangolo Tirana-Pristina-Skopje – nato dalle ceneri della Iugoslavia e su intuizione degli Stati Uniti –, la quale, a sua volta, è un trampolino di lancio multiuso e multidirezionale. Perché l’albanosfera può essere tante cose: una testa di ponte per un’ulteriore espansione nei Balcani, un contenitore di spinte centrifughe e un irradiatore di caos produttivo.

Dal 2008 non si torna indietro, perché il Kosovo indipendente è il perno dell’intera agenda degli Stati Uniti per i Balcani, ma nulla vieta al vinto di rimettere in discussione alcuni punti della sconfitta subita o, quantomeno, di provarci. Specie se il vinto, l’asse Belgrado-Mosca, ha a disposizione dei jolly: la questione serba in Bosnia ed Erzegovina, le rivalità interetniche in Macedonia del Nord e le province a maggioranza serba del Kosovo.

La partita a scacchi tra Mosca e Washington

Dal 2008 non si torna indietro, e neanche dal 2006 – il referendum sull’indipendenza del Montenegro, ricco di ombre e presunti brogli, che ha privato la Serbia (e la Russia) dello sbocco sul mare –, ma qualcosa può essere (ancora) fatto, fintanto che la demografia lo permette, e cioè danneggiare le proprietà rilevate dagli Stati Uniti nell’ex Iugoslavia.

La logica che sta muovendo l’agenda per l’ex Iugoslavia della Russia è guidata dall’economia: conseguire il massimo risultato con il minimo sforzo. Indispensabile, dunque, appaltare la creazione di problemi condominiali ai collaboratori del Cremlino in loco: i separatisti serbi della Bosnia ed Erzegovina, gli iugo-nostalgici in Serbia, gli abitanti di Mitrovica Nord, Leposavić, Zvečan e Zubin Potok in Kosovo, i panslavisti in Macedonia del Nord.

I russi, da bravi scacchisti, non lasciano nulla al caso e ogni mossa è pensata con la mente a quella successiva. Banja Luka, Belgrado, Pristina e Skopje non sono che dei pedoni utili nella ricerca dello scacco matto, che non è la riconquista dei Balcani, quanto la loro destabilizzazione. Perché risvegliare gli spettri dei Balcani equivale a distogliere attenzione e risorse dell’Alleanza Atlantica da Baltico, Bielorussia, Ucraina e mar Nero, nonché a rendere più elevati per gli Stati Uniti i costi di mantenimento e manutenzione della provincia balcanica del loro impero. Il tutto, in quanto esternalizzato a terzi, ad un prezzo più che sostenibile.

Ogni mossa, all’interno della grande controffensiva della Russia, segue un disegno preciso. La strumentalizzazione delle debolezze del sistema multinazionale bosniaco per impedire l’appesantimento dell’accerchiamento militare della Serbia, che da una Bosnia ridimensionata guadagnerebbe abitanti, territorio e risorse. Lo sfruttamento degli elementi più a destra della politica serba per rallentare la temuta occidentalizzazione di Belgrado. L’alimentazione delle rivalità interetniche in Macedonia del Nord, un paese diviso tra bulgarosfera, serbosfera e albanosfera, ma anche la capitalizzazione delle questioni ortodosse in Montenegro, per indebolire il fianco balcanico dell’Alleanza Atlantica.

Gli Stati Uniti, poiché l’Unione Europea non è pervenuta, potrebbero persino trarre giovamento da un eventuale ridisegnamento dei confini dei rimasugli della defunta Iugoslavia. In Bosnia ed Erzegovina verrebbe meno la parte più preoccupante del territorio e cadrebbe il veto all’ingresso nell’Alleanza Atlantica. Il Kosovo, pilastro dell’albanosfera, perderebbe quel 10% di territorio che è causa del 90% dei suoi problemi di sicurezza. La Serbia, corteggiata via Bosnia e Kosovo, potrebbe essere magnetizzata verso l’Occidente. Ma non è così semplice. E servirebbero, oltre alla realpolitik, una volontà politica molto forte da ambo i lati e, non meno importante, l’appoggio dei popoli interessati da questi cambiamenti – tre elementi, ad oggi, mancanti.

Kosovo: la linea rossa di Washington, la brama di Mosca

In Kosovo sono in corso prove tecniche di guerra per procura dal settembre 2021, da quando, cioè, nelle quattro province a maggioranza serba hanno avuto luogo i terzi più gravi incidenti interetnici e antigovernativi della breve storia dello stato kosovaro – dopo l’insurrezione del 2008 e il biennio rosso del 2011-13.

Le brevi ma intense dimostrazioni di fine luglio 2022 hanno messo paura agli spettatori europei e americani, probabilmente a causa dell’effetto Ucraina – il timore, per certi versi irrazionale, di essere davanti al casus belli di un conflitto di ampie proporzioni ogniqualvolta si registri della tensione in un teatro sensibile –, ma sono rientrate in tempi record. Se è vero che una longa manus c’è stata, allora è intervenuta per disinnescare.

Tra il governo centrale kosovaro e le province settentrionali a maggioranza serba, da fine luglio, è calato nuovamente il vento gelido della pace fredda. Un clima in piedi dal 2008. Riflesso di un equilibrio fragile e precario che, prima o poi, potrebbe crollare. Con conseguenze potenzialmente distruttive per il vicinato ex iugoslavo – un possibile effetto domino tra Banja Luka e Skopje – e, in esteso, per l’intero Vecchio Continente.

Non è ancora tempo di guerra

Il motivo per cui il castello di carte è ancora in piedi è un paradosso: la Russia, attraverso la Serbia, potrebbe appiccare l’incendio definitivo alle quattro province settentrionali del Kosovo, nella consapevolezza che trattasi di exclavi ben armate e nell’aspettativa di una valanga tra Banja Luka, Skopje e oltre. Ma il ritorno di fiamma potrebbe essere inestinguibile. Perché Pristina è dove il mondo fu ad un passo dalla terza guerra mondiale nel 1999. Perché Washington potrebbe rispondere simmetricamente alla violazione della propria linea rossa, avendone le capacità e gli strumenti, dando vita ad una pericolosa escalation verticale basata sull’accensione di crisi multiple. Un occhio per occhio in grado di accecare entrambi i contendenti.

Se a fine luglio si è assistito all’intervento di una longa manus nella crisi serbo-kosovara, tutto indica che, rispettive propagande a parte, quella mano è entrata per placare gli animi. E lo ha fatto a causa di quel paradosso che espone costantemente il Kosovo alle brame serbo-russe e che, eppure, lo rende inattaccabile. Perché se salta il Kosovo, la “Taiwan dei Balcani”, l’Europa potrebbe realisticamente diventare la casa di una guerra per procura tra Occidente e Russia di gran lunga peggiore di quella ucraina.

La Russia ha ricordato agli Stati Uniti le sue carte nel settembre 2021. Gli Stati Uniti hanno risposto nel giugno 2022, durante la guerra in Ucraina, ordinando un’eloquente sigillatura dello spazio aereo della Serbia che ha impedito a Sergej Lavrov di recarsi sul posto per un viaggio in agenda. Ma Lavrov era il dito, il Kosovo la Luna.

La Casa Bianca, rendendo la Serbia irraggiungibile per un giorno intero, ha voluto inviare un messaggio al Cremlino, apparentemente o momentaneamente recepito, e cioè che il Kosovo è e resta la linea rossa della NATO, perché colonna portante della grand strategy a stelle e strisce per i Balcani. E se nella Piana dei Merli scoppiasse un rogo doloso di vaste dimensioni, come una guerra o una sedizione delle province settentrionali, Mosca non avrebbe modo di rifornire l’alleato serbo con armamenti, consiglieri e mercenari. Un monito che ha sortito l’effetto sperato. Per ora.

L’aggravamento della competizione tra grandi potenze, però, potrebbe far cadere anche il tabù dell’intoccabilità del Serbia-Kosovo. Perché se è vero che una linea rossa vale l’altra, un giorno, sia gli Stati Uniti sia la Russia potrebbero avere il pretesto o l’ardore di fare il passo più lungo e di tentare l’azzardo più rischioso. I primi per impantanare Mosca in una guerra per procura da combattere a tutti i costi, ma difficile da sostenere a causa dello scudo NATO attorno a Belgrado. La seconda, se messa alle strette in casa o nel proprio estero vicino, per divergere l’attenzione di Washington nella parte più permeabile del suo impero europeo. Con l’Europa nel mezzo, erba sofferente schiacciata dai due elefanti, come accade dal secondo dopoguerra.

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