Comunque vada, in Portogallo domenica si chiuderà un’era. Quella cioè del premier dimissionario Antonio Costa, a capo dell’esecutivo lusitano dal 2015. Quasi un decennio di governo, una longevità politica che in un’Europa così frammentata è molto difficile riscontrare soprattutto nei sistemi parlamentari. Per ogni epoca che si chiude c’è quindi un primo rendiconto storico da tracciare e quello di Costa appare, soprattutto alla luce delle imminenti europee, piuttosto particolare.
L’uscente primo ministro portoghese ha infatti guidato il Paese in una delle fasi più critiche della sua storia recente, soprattutto per le condizioni in cui versavano dieci anni fa le casse dello Stato. Anche a Lisbona, al pari di Madrid e Atene, i dettami della Troika tra il 2014 e il 2015 hanno avuto il loro peso gravoso.
Tuttavia, Costa ha provato a coniugare alla cura del bilancio anche la crescita economica e si è così guadagnato la nomina di principale nemico dell’austerity. Forse è proprio questa la sua più importante eredità in chiave europea mentre, a livello interno, l’elettorato portoghese sembra intenzionato a cambiare aria: il Partito Socialista, guidato dal premier uscente fino alla scorso novembre, è dilaniato dagli scandali di corruzione che hanno portato alla caduta del governo e adesso i sondaggi premiano i partiti di centrodestra.
Un bilancio risanato con la crescita
C’è un dato che più di tutti ha provocato rumore tanto in Portogallo quanto all’interno dei quadri politici europei: quest’anno, secondo la pianificazione emersa dall’ultima finanziaria, il rapporto deficit/Pil scenderà sotto il 100%. Sarà una prima volta dopo molto tempo. Appena dieci anni fa, si era invece ben oltre ogni soglia critica con il debito arrivato a quota 127% del prodotto interno lordo. Cifra che ha fatto scattare il campanello d’allarme in sede europea e ha quindi fatto insediare a Lisbona la troika.
A questo risultato si è arrivato senza applicare misure di austerità. In Portogallo non si è assistito a drastici tagli della spesa pubblica, né tanto meno gli ultimi governi hanno rivisto al ribasso gli investimenti programmati nei settori più strategici. Al contrario, le politiche di Antonio Costa hanno puntato sulla crescita. A testimoniarlo sono i numeri certificati sia dal tesoro portoghese che dalla commissione europea: negli ultimi dieci anni, in particolare, Lisbona ha assistito a una crescita del Pil arrivata complessivamente al 27%, la stessa cifra percentuale con cui il rapporto deficit/Pil è regredito nello stesso lasso di tempo.
L’espansione dell’economia portoghese dunque, ha camminato parallelamente con il ridimensionamento del debito. Un viaggio in comune tra i due dati non certo casuale e che è stato certificato anche dall’agenzia Moody’s: “La crescita robusta e i bilanci sostanzialmente in pareggio – si legge in un recente rapporto dell’agenzia – significano che l’onere del debito continuerà a scendere a uno dei ritmi più rapidi tra le economie avanzate”.
La “rimonta silenziosa” di Lisbona
Quest’anno, secondo i dati pubblicato dall’esecutivo, il Portogallo dovrebbe crescere dell’1.5%. Un dato superiore allo 0.8% atteso per l’Eurozona e che attesta ancora una volta il dinamismo dell’economia lusitana. La rimonta portoghese sul debito è partita quasi in sordina. Quando Costa si è insediato nel 2015 la crisi dei Paesi della sponda sud dell’Europa stava producendo i suoi massimi effetti. A fare rumore era soprattutto la Grecia, con le sue rivolte interne contro le drastiche misure di austerità e il referendum proposto dal premer Tsipras contro l’ennesimo piano della troika. Così come a fare rumore era la Spagna, lì dove i tagli alla spesa hanno rappresentato un trauma non indifferente per la società. L’Italia dal canto suo aveva da poco terminato la cura Monti, fatta anch’essa di spending review e tagli su ogni capitolo di spesa.
In pochi guardavano a Lisbona, in tanti pensavano di vedere attuate sulle rive del Tago le stesse politiche già osservate altrove. Al contrario, nel giro di alcuni anni e quasi in silenzio, senza né toni euroscettici e né trionfalistici, l’economia è tornata a camminare e senza l’applicazione di misure draconiane. I governi di Costa hanno puntato sulle agevolazioni fiscali per le start up e per le strutture turistiche. Non solo, ma nel corso degli anni è stato aumentato fino a 616 Euro il salario minimo mensile, mentre l’orario di lavoro settimanale è passato da 40 a 35 ore.
Il Portogallo ha quindi iniziato a rappresentare un laboratorio politico, lì dove le politiche sociali sono state viste come spinta all’economia e dove, a sua volta, la crescita è stata quell’elemento essenziale in grado di abbattere il debito. In poche parole, il caso portoghese dimostra che per risanare i conti non occorre abbandonare politiche espansionistiche e di crescita. E che, soprattutto, per alimentare l’economia occorre intuire verso quali capitoli di spesa destinare i propri fondi. Alla vigilia di delicate elezioni europee, il lento rumore prodotto da Lisbona potrebbe far breccia. E, nel lungo periodo, potrebbe anche far scuola.
Lo sguardo adesso rivolto a destra
Tutti i cicli però sono destinati a finire. Quello di Costa è terminato nel modo più tragicomico possibile: un tribunale ha scambiato il suo nome per quello dell’omonimo ministro dello sviluppo economico, inviando al premier e non a quest’ultimo l’avviso di garanzia per delle indagini su corruzione. Raggiunto da una delle più delicate inchieste della storia recente portoghese, il 7 novembre il primo ministro ha quindi dato le dimissioni. Quando l’errore giudiziario è stato scoperto, era oramai troppo tardi. Ma il governo di Costa sarebbe caduto comunque: l’inchiesta sulla corruzione riguarda uomini a lui vicini e ha a che fare con le miniere di litio nel nord del Paese.
Non solo, ma come spesso accade nelle democrazie parlamentari, a un certo punto gli elettori hanno voglia di cambiare aria. Il Partito Socialista, in grado nel 2022 di ottenere la maggioranza assoluta, oggi è molto indietro nei sondaggi. La rimonta economica di Costa sarà forse un elemento capace di incidere sulle future considerazioni sul premier uscente, ma nell’immediato non avrà alcun effetto sull’elettorato.
Dunque, oggi il Portogallo guarda a destra. Favorito è il Partito Socialdemocratico che, a dispetto del nome, a Lisbona indica la principale formazione della famiglia dei popolari europei. Guidati da Luis Montenegro, il partito del centrodestra portoghese ha creato una formazione chiamata Alleanza Democratica il cui obiettivo è quello di ottenere la maggioranza dei seggi. Tuttavia, Montenegro probabilmente dovrà accontentarsi della maggioranza relativa: il tradizionale bipolarismo tra socialisti e socialdemocratici potrebbe essere interrotto dall’ascesa di Chega. Quest’ultima è la formazione della destra euroscettica, alleata in Europa alla Lega di Matteo Salvini: secondo i sondaggi, il partito dovrebbe passare da 12 a 50 seggi in parlamento.

