Lo stabilimento di un’intesa cordiale tra Russia e Cina è uno degli eventi più significativi del 21esimo secolo ed è destinato a plasmare profondamente le relazioni internazionali di oggi e domani. Le due grandi potenze dell’Eurasia, legate e guidate dal comune obiettivo di accelerare la transizione multipolare, hanno raggiunto un modus convivendi mescolante competizione sana e coordinamento strategico, basato sulla complementarità ed applicato ad una vasta gamma di settori e in una serie di teatri geopolitici, in primis Artico e Asia centrale.

L’alleanza fra Mosca e Pechino, ad ogni modo, non va misinterpretata: è e resta tattica – perché serve un obiettivo contingente: la fine dell’unipolarismo – e diverrà strategica soltanto se le due cancellerie non cederanno a machiavelli kissingeriani e, soprattutto, se raggiunto lo scopo, sapranno e/o vorranno perpetuare l’attuale modus convivendi. E v’è un luogo, oltre ai ghiacci e alle steppe selvagge del Turkestan, in cui, osservando da vicino la ripartizione dei ruoli – come funziona, dove ha potenzialità e dove ha fragilità -, si potrebbe presagire il futuro di questo asse: l’Africa.

Infrastrutture cinesi, mercenari russi

Complementarità è il termine caratterizzante l’intesa cordiale del 21esimo secolo, in Asia centrale come nell’Artico e in America Latina come in Africa. La Cina investe in infrastrutture strategiche, regala stadi ed eroga prestiti capaci di far impallidire il Fondo Monetario Internazionale. La Russia aiuta i capi di Stato a fronteggiare l’instabilità cronica del continente nero a mezzo di consulenti militari, armi e combattenti privati, ma non trascura gli appetiti di emancipazione e rivalsa anticoloniale dei popoli subsahariani – appositamente stuzzicati attraverso diplomazia culturale e strategie informative – e ricorre ai campioni nazionali dell’energia e del minerario per siglare accordi di cooperazione egualmente benefici.

Russia e Cina non competono in Africa, perché, molto semplicemente, non può esserci alcuna competizione tra loro. La Cina è il primo partner commerciale dell’intero continente dal 2009 – anno in cui ha soffiato il titolo agli Stati Uniti –, nonché il suo primo creditore – detiene il 20% dell’intero debito africano –, e può vantare e sbandierare dei numeri senza eguali: 208 miliardi di dollari di interscambio nel 2019, contro i 16,8 miliardi della Russia nello stesso anno.

Il quadro di cui sopra non deve trarre il lettore in inganno. Il Cremlino, invero, lungi dall’essere un attore secondario e condannato all’irrilevanza, primeggia nel commercio degli armamenti – è il principale fornitore di armi del continente, di cui soddisfa annualmente oltre un terzo della domanda – e nell’invio di consulenti militari e combattenti privati – presenti in almeno dieci nazioni, dalla Libia alla Repubblica Centrafricana –, può fare leva sulle crescenti capacità produttive della macchina agroindustriale nazionale rinata grazie alle sanzioni euroamericane – le esportazioni di beni alimentari hanno superato quelle di armamenti –, sa come capitalizzare l’immagine di “potenza anticoloniale” per portare avanti dei disegni egemonici in una pluralità di ambiti e vanta una tenace e datata diplomazia universitaria – 18mila gli studenti africani iscritti nelle università russe nel 2018, in aumento del 130% rispetto al 2010.

Cosa riserba il futuro?

Contrariamente a quanto avvenuto in Asia centrale, Artico, Balcani e America Latina socialisteggiante – il quartetto BoliviaCubaNicaraguaVenezuela –, fra Russia e Cina non sembrano esserci né dialogo né concerto in Africa. La prima sta cercando semplicemente di non essere esclusa dalla nuova corsa all’Africa, capitalizzando la preziosa eredità della guerra fredda e utilizzando un repertorio simil-sovietico, mentre la seconda sta cercando di egemonizzare una parte del continente nel nome della realizzazione della Nuova Via della Seta.

Due disegni differenti, quello russo e cinese, che, al momento, né si incontrano né si scontrano, ma che, prima o poi, presto o tardi, potrebbero coincidere o collidere. Perché innumerevoli sono i motivi che potrebbero persuadere le due potenze a coordinarsi o combattersi: dal controllo del pivotale Sahel – funzionale ad esercitare pressioni sull’Unione Europea e all’interno del quale la Russia potrebbe abbisognare della Cina per fronteggiare la concorrenza – all’egemonizzazione dell’Africa centrale – ricca di risorse naturali e attenzionata speciale delle principali potenze del globo –, passando per lo sconfinamento nelle aree ad accesso vietato – le linee rosse potrebbero essere costituite, ad esempio, dall’ascesa dirompente dei cinesi nel mercato degli armamenti e dall’entrata dei russi nel settore delle grandi infrastrutture.

Settori e regioni, quelli di cui sopra, che andranno monitorati attentamente e costantemente, perché è al loro interno che si giocheranno sia il futuro della nuova corsa all’Africa sia la tenuta dell’asse Mosca-Pechino.

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