Non è soltanto il conflitto del Nagorno Karabakh tra Armenia ed Azerbaigian ad aver creato divisioni tra i due paesi, rallentando la creazione di un rapporto costruttivo e il raggiungimento di una pace durevole. Perché oltre al Karabakh, difatti, tra le due nazioni del Caucaso meridionale si dibatte, o meglio si litiga, anche per una serie di altri fascicoli di ardua risoluzione. Fascicoli come l’Okhchuchay, il fiume dei veleni. Fascicoli come il corridoio di Zangezur. E fascicoli come l’Albania caucasica.

Cosa succede tra Baku ed Erevan

Con la fine della seconda guerra del Karabakh, che ha determinato il ritorno dei territori azerbaigiani, occupati da quasi un trentennio dall’Armenia, sotto la sovranità de iure et de facto dell’Azerbaigian, tra le due nazioni del Caucaso meridionale si è riaperta la questione della vera identità dell’Albania caucasica e della tutela del suo patrimonio culturale e storico.

L’Armenia, che sin dal dopoguerra ha denunciato l’esistenza di una presunta campagna azerbaigiana contro i simboli religiosi cristiani localizzati nei territori occupati, è dell’opinione che Baku stia cercando di annichilire quel che resta del suo patrimonio religioso a mezzo di demolizioni, riconversioni e alterazioni radicali e irreversibili.

Il governo azerbaigiano, dopo che le ultime denunce lanciate dall’Armenia hanno avuto una eco mediatica internazionale più vasta del solito, ha deciso di rispondere alle accuse mossegli contro (e di confutarle). E lo ha fatto il 7 febbraio, attraverso la diffusione di un comunicato ufficiale firmato dal Ministero della Cultura. I punti-chiave del comunicato sono i seguenti: “L’Azerbaigian è sempre stato rispettoso del suo patrimonio storico e culturale, indipendentemente dall’origine religiosa ed etnica. Un approccio simile è seguito anche in relazione al patrimonio storico e culturale situato nei territori liberati dell’Azerbaigian (…). Per quanto riguarda l’antica eredità albana nei territori liberati dell’Azerbaigian, va notato che è stato istituito un gruppo di lavoro per studiare questa eredità. Il gruppo di lavoro, composto da esperti locali e internazionali, monitorerà e studierà questa eredità cristiana, fatte salve le condizioni di sicurezza sul terreno. Qualora venissero individuate eventuali falsificazioni, queste saranno documentate con la partecipazione di esperti internazionali e presentate alla comunità internazionale.”

“Esempio vivido” della genuinità delle affermazioni e dell’agenda azerbaigiana è costituito dal “restauro delle moschee e di due chiese cristiane nell’ambito del processo di rinnovamento e ricostruzione su larga scala a Shusha”.

Alla base dell’attenzione dedicata alla preservazione del patrimonio pluralistico dell’Azerbaigian, si legge ancora, vi è la volontà “di rispettare gli obblighi previsti dalle convenzioni internazionali, inclusa la Convenzione dell’Aia del 1954 sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato”.





L’opinione degli albani

Sulla questione albana sono intervenuti gli stessi eredi dall’Albania caucasica, attualmente stanziati in Azerbaigian, i quali hanno rilasciato un commento sotto forma di comunicato esprimendo soddisfazione per i lavori inaugurati nel dopoguerra e spezzando, dunque, una lancia a favore del percorso intrapreso.

Ad avere l’ultima parola sulla questione albana, ad ogni modo, sarà l’Unesco. L’agenzia delle Nazioni Unite, infatti, prossimamente invierà una squadra in ricognizione tra Armenia e Azerbaigian allo scopo di studiare nel dettaglio il dossier, sentendo le opinioni e raccogliendo evidenze da entrambe le parti in causa.

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