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Una monoposto disegnata nella livrea in uno dei più capienti Boeing della Saudia, la compagnia aerea di bandiera dell’Arabia Saudita. È uno degli esempi di come Riad si prepara ad accogliere l’approdo del motorsport nel proprio Paese, un tentativo di porsi all’attenzione internazionale per fatti non riguardanti il caso Kashoggi e scrollarsi di dosso le polemiche degli ultimi mesi. L’aereo celebrativo viene presentato in pompa magna presso l’aeroporto della capitale, lì dove ormai è tutto pronto per l’esordio stagionale della Formula E. Si tratta di un campionato in ascesa sotto il profilo mediatico, dove a gareggiare solo le auto elettriche guidate anche da alcuni piloti dal passato in Formula Uno. Per l’Arabia Saudita è il primo tentativo di recuperare terreno nel “soft power“, che ha nell’organizzazione di importanti eventi sportivi uno dei principali elementi. 

Gli sforzi di Qatar ed Emirati Arabi Uniti nel mondo dello sport

Ad inizio anni 2000 alcune amichevoli di lusso di squadre di calcio europee, anche italiane, iniziano a far discutere in quanto disputate sulle sponde del golfo persico. Nel 2002 il Milan, ad esempio, gioca a Doha a dicembre, nel pieno della pausa natalizia, due amichevoli contro rappresentative locali. Inizialmente tutto questo suona strano a tifosi ed addetti ai lavori, nessuno avrebbe mai immaginato i rossoneri impegnati in Qatar, Paese all’epoca semi sconosciuto. Passa un anno ed una bandiera della Serie A come Omar Gabriel Batistuta, recordman della Fiorentina e vincitore di uno scudetto con la Roma, viene acquistato dall’Al Arabi, squadra di Doha. Sono i primi passi del Qatar, aiutato mediaticamente dalla “sua” Al Jazeera divenuta famosa dopo l’11 settembre e la guerra in Afghanistan, nella strategia del soft power. Un modo cioè per farsi conoscere all’estero, pubblicizzare il proprio Paese ed inserirlo in un circuito di eventi tali da richiamare investimenti e turisti. Nella penisola arabica, tutto ciò viene visto nell’ottica di una certa diversificazione della propria economia troppo legata al petrolio. Il Qatar riesce molto bene in questa impresa, grazie soprattutto ai suoi investimenti nel mondo del calcio. La famiglia Al Thani punta molto sull’organizzazione di grandi eventi sportivi: dopo il successo delle prime amichevoli internazionali, è la volta dell’arrivo di campioni nel proprio campionato, mentre nel 2004 presso la pista di Losail si disputa la Motogp. Nel 2006 Doha ospita invece i giochi asiatici, molto sentiti nel continente. 

Una strategia, quella del Qatar, che non passa inosservata nella regione. La famiglia Al Khalifa in Bahrein non vuole essere da meno e nel 2004 riesce ad organizzare il primo gran premio di Formula Uno nella penisola arabica. Anche in quell’occasione la curiosità del pubblico diventa molto forte. Fa un certo effetto vedere sfrecciare le auto più veloci al mondo in mezzo al deserto, così come appare strano notare come i piloti festeggino sul podio con una strana bevanda non alcolica. Ma è soltanto l’inizio, la strada che porta il grande sport verso la penisola arabica è oramai segnata e tracciata. Al dinamismo del Qatar, inizia a replicare il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammad bin Zayed. È lui a portare negli Emirati Arabi Uniti quasi tutti gli sport più seguiti: dai motori al tennis, fino anche a nuoto e golf. Nel 2008 arriva la fondazione dell’Abu Dhabi United Group for Development and Investment, che investe anche nell’acquisto di importanti squadre di calcio. Fulcro di questa strategia è l’acquisizione del Manchester City, che da seconda squadra della città inglese eterna succube dello United, diventa una delle società più vincenti degli ultimi anni. Inizia poi una sorta di derby tutto emiratino. Da Dubai infatti, si procede alla sponsorizzazione di squadre e società impegnate nel calcio e non solo: la Fly Emirates compare nelle magliette di Arsenal, Milan, ma anche a bordo campo durante i più importanti eventi.

Nel 2009 negli Emirati arriva la Formula Uno, con il circuito di Abu Dhabi tra i più avveniristici del calendario della principale competizione automobilistica. Il Qatar però appare comunque ancora più avanti: nel 2011 il piccolo Stato sul golfo si vede assegnata l’organizzazione dei mondiali di calcio del 2022, l’appuntamento sportivo più seguito subito dopo le olimpiadi. Il fondo sovrano di Doha acquista inoltre la squadra del Paris Saint German, che inizia ad essere imbottita di campioni e talenti famosi in tutto il mondo. Inoltre la Qatar Airways sponsorizza molti eventi ed il suo logo appare nelle maglie di Barcellona, Roma e Boca Juniors. 

Il tentativo saudita di recuperare 

In tutto questo, i Saud sembrano aver perso il treno principale. Tutti gli Stati confinanti da più di un decennio oramai sono impegnati nel cercare di far apparire la propria immagine legata allo sport, prima ancora che al petrolio. Soltanto di recente l’Arabia Saudita inizia a riversare capitali nell’organizzazione di importanti eventi ed a cercare di elaborare una propria strategia di soft power. Il gran premio di Formula E, per l’appunto, è il primo evento rilevante. Ma il 16 gennaio sarà la volta della Serie A, con la finale di supercoppa italiana tra Juventus e Milan ospitata a Gedda. Un contratto, quello che per i prossimi tre anni lega la nostra federazione calcistica ai Saud, da venti milioni di euro. Ed a nulla al momento valgono le rimostranze, come quelle palesate dall’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai), in merito il recente caso Kashoggi. La partita si disputerà in Arabia Saudita e darà al principe ereditario Mohammad Bin Salman l’opportunità di presentare il suo Paese al grande calcio. Difficile immaginare che, durante la partita, i tifosi penseranno al fatto che lo stadio ultramoderno della sfida si trova in un Paese dove solo da pochi mesi le donne possono vedere le partite. O dove, nel 2015, da Riad si è deciso di bombardare indiscriminatamente lo Yemen. 

Lo spettacolo non solo andrà avanti, ma darà il favore delle luci della ribalta ai Saud ed in particolare al principe ereditario. C’è lui dietro il tentativo di rendere l’Arabia Saudita alla pari, nella strategia del soft power, ai vicini del golfo. Far irrompere capitali sauditi nello sport che conta è uno dei punti del “Vision 2030“, il pacchetto di investimenti e riforme con le quali Bin Salman vuole rendere Riad meno dipendente dal petrolio. E sullo sport, dai motori al calcio, si investirà ancora. Ad esempio, un obiettivo a medio termine è ospitare un gran premio di Formula Uno. In occasione del gran premio di Francia dello scorso giugno, la miliardaria saudita Aseel Al-Hamad ha guidato prima dello start una Renault per un giro di pista in onore della possibilità, accordata pochi giorni prima, data dai Saud alle donne di avere la patente. Un vero e proprio spot, che vuole richiamare il circus dell’automobilismo in Arabia. Così come, dopo le indiscrezioni che volevano alcuni sauditi vicini all’acquisto dell’As Roma, l’obiettivo da Riad è rendere saudita un gran club europeo per “pareggiare” i conti con Qatar ed Emirati. In poche parole, il grande pubblico si deve abituare a breve nel vedere la bandiera saudita passare dalla pagina della cronaca nera a quella sportiva. 

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