L’Arabia Saudita nella lista Ue dei Paesi sospettati di riciclaggio

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Quest’anno c’è anche l’Arabia Saudita tra i paesi sospettati di non essere in prima linea contro il riciclaggio. La lista redatta dalla commissione europea comprende 23 nazioni, sette sono “new entry” e, per l’appunto, in questo gruppo figura l’Arabia Saudita. Non si tratta comunque di una lista definitiva, visto che entro un mese deve esserci il disco verde da parte del parlamento di Strasburgo. 

Anche Riad diventa “sorvegliata speciale” 

L’Unione Europea da anni prova ad arginare il fenomeno del riciclaggio di denaro sporco, la lista che ogni anno viene stilata serve, da un lato, a lanciare generici “avvertimenti” agli Stati comunitari od ai privati circa la “fedeltà” di un determinato Stato ai valori in fatto di trasparenza di operazioni finanziarie. Dall’altro lato, serve anche ad imporre determinate norme volte ad evitare che denaro di dubbia provenienza entri in territorio Ue. Ci sarebbe da discutere e parecchio sulla validità di una simile lista, visto che essa riguarda soltanto i paesi terzi alla comunità ed è redatta da una commissione che rappresenta paesi che, al loro interno, appaiono ben lontani dagli standard di trasparenza. Tra le altre cose, la commissione che propone all’attenzione del parlamento questo elenco è presieduta da Jean Claude Junker, un ex primo ministro del Lussemburgo, uno dei paesi meno trasparenti sul fronte della lotta al riciclaggio. 



Pur tuttavia, le misure derivanti dall’approvazione annuale della lista dei paesi “sospetti” negli anni alcuni risultati non manca di produrli. Specialmente perchè la lente di ingrandimento sulle operazioni svolte in questi paesi, riesce a rendere più visibili eventuali frodi. Nella lista non mancano “sorprese“, a partire da paesi ad esempio vicini all’Italia quali Tunisia e Libia. Poi ci sono le “ever green”, nazioni o protettorati famosi proprio per essere paradisi fiscali: Isole Vergini, Isole Cayman, alcuni Stati caraibici quali l’arcipelago delle Bahamas. Ma, come detto, a destare maggior scalpore è l’ingresso dell’Arabia Saudita. Una sorpresa non tanto per la nomea del paese dei Saud, quanto perchè la monarchia del golfo appare politicamente da sempre alleata di ferro dell’occidente. Riad fornisce petrolio da decenni, è il paese capofila del cartello dell’Opec, in cambio molti paesi occidentali la riforniscono di armi e mezzi militari di ogni tipo. Rispetto al passato anche recente, il suo inserimento nella lista dei paesi sospetti è uno strappo non indifferente. 

La stizzita reazione di Washington 

Ma lo strappo non sembra solo con il passato, bensì anche con il presente in relazione ai rapporti con l’altra sponda dell’Atlantico. Gli Usa di Trump sono alleati di ferro dei sauditi e, in special modo, del principe ereditario Mohammad Bin Salman. Anche dopo gli imbarazzi causati dal caso Kashoggi, ossia il giornalista saudita ucciso all’interno del consolati di Riad di Istanbul, dalla Casa Bianca arrivano rinnovati rapporti di collaborazione reciproca con la famiglia Saud. Si spiega così la reazione non certo felice di Washington all’inserimento dell’Arabia Saudita nella speciale lista europea anti riciclaggio: “La lista redatta dalla commissione è imperfetta – si legge in una nota del Tesoro Usa – L’amministrazione Trump non prevede simili prese di posizione da parte delle proprie istituzioni finanziarie”. 

Gli Stati Uniti non prendono quindi molto bene la vicenda. O, per meglio dire, i vertici dell’amministrazione Trump. Sì perchè a livello politico, anche Washington al suo interno inizia ad avere qualche perplessità circa l’opportunità di conservare l’attuale rapporto con l’Arabia Saudita. Nei prossimi giorni il congresso potrebbe far passare, grazie anche ai voti di alcuni repubblicani, una mozione in cui si prevede la diminuzione dei fondi a favore della coalizione filo saudita che opera nello Yemen. Ma al momento la linea è ovviamente quella dettata dalla Casa Bianca. Ed essa è in contrasto con le recenti mosse in campo finanziario di Bruxelles. Un dettaglio che ben illustra l’attuale livello dei rapporti bilaterali tra Ue ed Usa.