L’America Latina è il luogo in cui è scoppiata la guerra mondiale delle croci, cioè il duro confronto georeligioso tra l’internazionale protestante con base a Washington e la Chiesa cattolica, ed è anche il teatro in cui, date le vaste e radicali trasformazioni accadute negli ultimi decenni a causa di tale conflitto, è possibile comprendere che cosa succede concretamente, a livello di politica estera, quando una società muta forma, o meglio si converte ad una nuova fede.

Un potere che non si può ignorare

Dal Brasile all’Argentina, passando per Messico e Cile, senza tralasciare i casi spesso trascurati di Venezuela e Cuba, la storia recente insegna che quando si tratta di protestantizzazione eteroguidata dalla Casa Bianca il copione è sempre lo stesso: si comincia con un pescatore di uomini che evangelizza increduli e cattolici disillusi all’interno di una mega-chiesa, si finisce con un presidente-messia che capeggia un parlamento. Lo ricordano i casi di Jair Bolsonaro, entrato al Palácio do Planalto con l’aiuto della Chiesa universale del Regno di Dio di Edir Macedo, o di Jimmy Morales e Alejandro Giammattei, eletti alla presidenza del Guatemala con il supporto del televangelista Cash Luna.

I cristiani di stampo protestante evangelico della Latinoamerica costituiscono da tempo una forza dirompente e i cui interessi non si possono ignorare, in quanto costituenti un quinto dell’intera popolazione del subcontinente, e vanno crescendo gradatamente ma costantemente da Città del Messico a Buenos Aires. Tali sono l’influenza culturale e la capacità di spostare voti di questa massa energica, travolgente come uno tsunami, che persino i partiti e i movimenti politici tradizionalmente prossimi alla Chiesa cattolica, come il Partito dei Lavoratori del Brasile, non possono più fare a meno di ascoltare cos’ha da dire. Perché ignorare bisogni, desideri e interessi dei nuovi protestanti, oggi, equivale a decretare il proprio suicidio politico, specie in Paesi come il Brasile, dove rappresentano un terzo di tutta la popolazione, o il Guatemala, dove per ogni parrocchia cattolica si contano novantasei chiese evangeliche.

Bibbie, dollari e tanto messianismo

Non ha importanza che il presidente sia evangelico, o che il parlamento sia religiosamente sfaccettato, perché a contare unicamente è il modo in cui il potere è stato ottenuto. E se il potere è stato conseguito grazie alla mobilitazione delle chiese protestanti, i cui fedeli votano in maniera compatta, muovendosi e comportandosi come un monolito – a differenza dei secolarizzati e spaesati cattolici –, la storia recente insegna e (di)mostra che restituire il favore implica l’adozione di determinati indirizzi politici tanto a livello interno quanto a livello esterno.

Per quanto concerne il piano interno, cioè quello attinente agli affari culturali, sociali ed economici della nazione, l’elettorato protestante suole chiedere, o meglio esigere, ai legislatori una grande varietà di riforme in una vasta gamma di settori. In campo educativo, ad esempio, si chiede l’espulsione dell’ideologia di genere dalle scuole pubbliche e talvolta l’introduzione dell’insegnamento del creazionismo. Nel settore economico, sempre e comunque, si domanda meno stato sociale e più liberismo. E in ambito di sicurezza pubblica si invocano tolleranza zero, militarizzazione, aumento delle pene e finanche ripristino della pena di morte.

Le interferenze dei gruppi di interesse protestanti non sono meno incisive (ed invasive) negli affari esteri, dove, anzi, il partito al potere o il presidente in carica possono subire delle pressioni pari o superiori a quelle ricevute nella formulazione delle politiche interne. La ragione per cui le chiese protestanti anelano a monopolizzare la foggiatura dell’agenda estera del partito e/o del personaggio da loro votato è semplice: sono un instrumentum regni degli Stati Uniti, il complemento spirituale dei loro piani egemonici per l’America Latina, da qui la volontà di trasformare la semina in raccolto quanto prima.

Agli ordini di Washington

Se a livello interno chiedono ordine e legge, conservatorismo sociale – ossia la difesa dei cosiddetti valori tradizionali – e liberismo – confidando nel potenziale emancipatorio della teologia della prosperità –, quando si tratta di relazioni internazionali pretendono dai decisori politici che si orientino seguendo il percorso tracciato dalla polvere corrusca della cometa Stati Uniti. In termini pratici, un governo sotto influenza di una lobby evangelica è solito sposare la retorica dello scontro di civiltà, approfondire i rapporti con Israele, declassare i legami con l’Iran – un’insospettabile potenza dalle molteplici ramificazioni nel subcontinente – e lottare contro tutto ciò che è latino-anti-americano, dal vetusto comunismo cubano al più recente chavismo venezuelano.

La storia recente offre un gran numero di esempi su come agisca regionalmente e internazionalmente un esecutivo latinoamericano plasmato dal protestantesimo Made in Usa:

  • Due dei quattro Paesi che riconoscono Gerusalemme quale capitale unica e indivisibile di Israele e ivi hanno aperto la loro ambasciata sono sudamericani: Guatemala, che è stato il secondo Paese al mondo a seguire l’amministrazione Trump nel 2018, e Honduras, che l’ha inaugurata nel 2021.
  • L’America Latina è la terza regione geopolitica del globo, dopo Europa e arabosfera, per numero di nazioni aderenti al fronte anti-Hezbollah. Negli anni recenti, in concomitanza con l’incremento dell’influenza politica delle chiese evangeliche, Argentina, Colombia, Guatemala, Honduras e Paraguay hanno inserito l’entità politico-militare libanese nell’albo delle organizzazioni terroristiche. Nel prossimo futuro potrebbe aggiungersi anche il Brasile, che ha cominciato le pratiche per il designamento durante la presidenza Bolsonaro.

La sostituzione del popolare arabismo con il sionismo non è l’unica mirabilia di cui la destra evangelica latinoamericana è stata capace. Oltre ad aver persuaso i fedeli-elettori a rimpiazzare la causa palestinese con quella israeliana, ponendo fine ad una tradizione diplomatica pluridecennale e affondante le radici nel solidarismo terzomondistico, televangelisti e politici hanno simultaneamente concentrato risorse e attenzione sul contenimento della sinistra in ogni sua forma – moderata, progressista e rivoluzionaria –, combattendola dentro e fuori i propri confini di riferimento – persino supportando cambi di regime – e offrendo una piattaforma ideologica maliarda ai propri seguaci – la teologia della prosperità.

Quanto sta accadendo nelle Americhe Latine oggi, ventunesimo secolo, è la prova lapalissiana e incontrovertibile che Theodore Roosevelt ci aveva visto lungo e giusto quando, nel 1912, individuò nella cattolicità del “monroano” cortile di casa degli Stati Uniti l’ostacolo principale al suo inglobamento nell’americanosfera. Una problematicità superata investendo in una macroscopica e lungimirante campagna di proselitismo, che ha reso possibile la satellizzazione di potenze-chiave come il Brasile, perno del cono sud, e l’ingresso in terreni ostili come Bolivia, Cuba e Venezuela.

Scrivere e parlare della Riforma in salsa latinoamericana è più che importante, è indispensabile, perché non è soltanto ad espellere la Chiesa cattolica, l’Iran e il comunismo che servono e serviranno i protestanti 2.0. Più devoti di George Washington che di Simon Bolivar, e più americani che latini, i nuovi cristiani del subcontinente potrebbero essere chiamati a giocare un ruolo di primo piano nella guerra fredda tra Occidente e Oriente, cioè nel confronto con Russia e Repubblica Popolare Cinese. E la chiamata potrebbe giungere molto presto, anche perché quella che papa Francesco ha ribattezzato la terza guerra mondiale a pezzi va poco a poco estendendosi da Eurafrasia e Indo-Pacifico all’impermeabile continente-fortezza America, come indicano le recenti mosse cinesi nel pivotale Nicaragua e l’insurgenza di fine anno tra Martinica, Guadalupa e Barbados.

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