La scorsa settimana la Corea del Nord ha comunicato di aver mandato truppe scelte nella regione di Kursk a sostegno dell’integrità territoriale russa. Subito Putin ha ringraziato. Evidentemente Kim Jong-un voleva dire al mondo che aveva contribuito alla vittoria della Russia – ora che c’è Trump alla Casa Bianca si può fare – e Mosca non poteva che acconsentire, per evitare di incrinare un rapporto tanto prezioso.
Su Antiwar Joseph D. Terwilliger dà all’accaduto un’interpretazione molto interessante perché apre prospettive. Nel dare al mondo tale notizia, scrive l’autore, “Corea del Nord e Russia stavano segnalando qualcosa di molto specifico: che la loro partnership strategica globale […] è di natura puramente difensiva. La loro cooperazione a Kursk si è fermata al confine con l’Ucraina, a segnalare anche che la Russia non avrebbe attraversato la DMZ [il confine tra le due Coree ndr.] se fosse stata chiamata a difendere la RPDC. Ciò rende chiaro che [entrambi i Paesi] non hanno intenzione di assistere a un’altra guerra di Corea”.
“All’inizio del 2024 [il presidente nordcoreano] Kim Jong-un ha esplicitamente rinnegato l’unificazione [con il Sud]. La RPDC ha rivisto la propria costituzione per definire la Corea del Sud come un paese straniero ostile, ha smantellato strade e collegamenti ferroviari transfrontalieri e ha persino modificato il testo dell’inno nazionale per fare riferimento solo alla metà settentrionale della penisola. Il messaggio di questa settimana è più o meno lo stesso: Pyongyang non invaderà il Sud e la Russia farà in modo che Seul non invada il Nord”.
I falchi che volano sulla Corea del Nord
“La classe politica di Seul e i falchi della sicurezza nazionale [Usa] hanno trattato tutto ciò come una nuova minaccia esistenziale. È uno schema ricorrente: Seul interpreta ogni gesto potenzialmente stabilizzante come destabilizzante. Quando il Nord minaccia un’invasione, Seul entra nel panico. Quando il Nord dice che non invaderà, Seul entra nel panico. Quando il Nord aiuta la Russia a respingere un’invasione e non intensifica l’escalation, Seul entra nel panico. Questa non è una strategia per la sicurezza nazionale; è un disturbo [psichico] geopolitico”.
Invece “con Putin che sostiene Kim, la Corea del Nord non teme più di essere decapitata in un primo attacco. Ora è abbastanza forte da poter parlare. Kim non ha semplicemente reso noto quanto avvenuto Kursk, ha messo in guardia il mondo: la Corea del Nord non è una pedina; è un attore” importante della geopolitica internazionale. Questo è il punto che al Dipartimento di Stato Usa si continua “a ignorare. La pace si fa se Kim si sente al sicuro, non quando agitiamo le sciabole. Ora non teme più l’annientamento e ciò apre la porta al negoziato“.
Ed è vano, anzi controproducente, continuare a far pressioni per la denuclearizzazione di Pyongyang, leva usata dai falchi per massimizzare la conflittualità tra le due Coree, perché ormai “la nave della denuclearizzazione è salpata, ma possiamo ancora prevenire la guerra. È ora di perseguire quadri di riferimento per una coesistenza stabile”.
“[…] Basta con il teatrino della denuclearizzazione – quella fantasia è scaduta da tempo – serve invece un controllo verificabile degli armamenti per stabilizzare la penisola. L’alternativa – fingere che la denuclearizzazione sia possibile – garantisce il perpetuarsi della crisi. Non serve volere che il nucleare sparisca, si può però contenerlo”.
“[…] Ora Pyongyang ha un partner ancora più importante: Putin. Ed entrambi hanno bisogno di una vittoria. Putin vuole una vittoria che dimostri che è uno statista, non solo agli occhi dei russi, ma anche della storia. L’UE ha bloccato ogni tentativo di pace in Ucraina, ma la Corea è al sicuro fuori dal raggio d’azione dell’euro-morale. Dopo Kursk, Putin ha un debito di sangue con Kim, ed è così [cioè con la pace] che lo ripagherebbe. E per Trump? È un gesto che lascerebbe un segno indelebile, quello di costruire una vera pace, alle sue condizioni, realizzata laddove tutti gli altri presidenti hanno fallito”.
“[…] Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, intervenendo al vertice dei BRICS a Rio pochi giorni fa, lo ha detto chiaramente: ‘Tutti stanno constatando che il dialogo tra Stati Uniti e Russia ha delle conseguenze positive’. La pace in Corea potrebbe essere la più positiva di tutte. Ed è già pronta per l’istinto di Trump: colloqui diretti, risultati tangibili e uomini forti che risolvono i problemi senza lasciarsi ostacolare dalla ‘palude’ del Dipartimento di Stato”.
Con la pace, vincerebbe il mondo
“Kim vuole che la sopravvivenza del suo regime sia garantita. Trump vuole essere l’intermediario che risolve l’impossibile. Putin vuole un reset senza dover fare retromarce. […] All’inizio del primo mandato di Trump, la presidente conservatrice e intransigente [di Seul] Park Geun-Hye è stata messa sotto accusa e rimossa per essere sostituita dal progressista Moon Jae-in, favorevole a un accordo [con Pyongyang]. Se la storia dovesse ripetersi a giugno [alle elezioni sudcoreane ndr.], un tale accordo di pace sarebbe facile da vendere a Seul, ma se la presidenza fosse appannaggio di un estremista, la situazione potrebbe complicarsi notevolmente, anche se le ragioni per la pace sono evidenti a tutti tranne che ai falchi più radicati”.
“[…] Questo è il momento. Kursk ha cambiato le regole. Kim e Putin sono allineati. E proprio questa settimana, Trump ha fatto sapere di essere pronto a riprendere i contatti con la Corea del Nord. Il momento non potrebbe essere migliore“. Certo Trump andrebbe incontro a un forte contrasto, ma ci è abituato. E va tenuto presente, come scrive Terwilliger, che tale accordo aprirebbe all’America il mercato delle terre rare nordcoreane e la farebbe partecipe delle rotte artiche aperte dalla Russia, così da rendere inutile la pressione di Trump per acquisire la Groenlandia.
Quanto alla Cina, non serve che partecipi al negoziato. Basta un suo placet, che secondo l’autore arriverebbe sicuramente, come d’altronde si è visto quando Trump ha fatto tale tentativo nella prima presidenza.
“A pensarci bene – conclude Terwilliger – un accordo di pace in Corea soddisfa tutti i requisiti. È una vittoria per Trump. Una vittoria per Putin. Una vittoria per Kim. Persino la Corea del Sud, se riuscisse a non implodere abbastanza a lungo da arrivare al dunque, riceverebbe maggiori garanzie commerciali e di sicurezza. Soprattutto, sarebbe una vittoria per un mondo che ha un disperato bisogno di credere che la pace sia ancora possibile, anche se arriva da persone di cui gli ‘adulti’ ci hanno detto di non fidarci”, dove il riferimento è ai protagonisti dell’eventuale trattativa: Trump, Putin e Kim Jong-un.
Chissà se la comunicazione dell’esistenza delle truppe nordcoreane a Kursk, prima negata, sia stata data proprio per quel che scrive l’articolo. Il fatto che Trump abbia subito dopo rilanciato un possibile accordo con Pyongyang sembra confermarlo.