SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Sale la tensione nel Kurdistan iracheno dove si sono registrate le prime schermaglie tra peshmerga ed esercito di Baghdad.Come riportava  Repubblica nelle ultime ore l’esercito regolare iracheno starebbe avanzando senza particolari intoppi nella Regione del Kurdistan iracheno.

L’esercito di Baghdad si avvicina al confine siriano

Dopo aver preso Kirkuk, snodo strategico di oro nero, le truppe irachene, coadiuvate da milizie popolari sciite hanno raggiunto la città yazida di Sinjar. La stessa era stata liberata dai curdi dopo la precedente occupazione da parte dei tagliagole di Daesh. Sinjar è strategica perché situata a ridosso del confine nord occidentale con la Siria. Una zona che in poche centinaia di chilometri vede affacciarsi tre Stati: Iraq, Siria e Turchia. Ed è anche l’area dove, per l’appunto, risiede il maggior numero di curdi, sia essi iracheni, siriani e turchi.

L’avanzata dell’esercito di Baghdad ha già in pratica sancito la fine del KRG, il Kurdistan Regional Government, avendo de facto preso il controllo delle principali risorse della Regione autonoma (tutte situate nella zona di Kirkuk). Se le truppe irachene continuassero nella loro marcia di “liberazione”, potrebbero verosimilmente avvicinarsi a quelle di Ankara poste sul confine siro-turco e procedere in maniera coordinata anche alla “liberazione” del territorio siriano dalla scomoda presenza curda.

Un modo per porre fine definitivamente a qualsiasi tipo di velleità indipendentista. La violazione del territorio siriano potrebbe d’altra parte far resuscitare vecchie tensioni tra Damasco e Ankara e mettere in crisi i piani di de-escalation regionali faticosamente raggiunti.

Washington rimane neutrale

Insomma la situazione potrebbe essere potenzialmente esplosiva e chi si aspetterebbe una presa di posizione da Washington, non trova invece nulla. Sulle pagine di Bloomberg si può leggere un editoriale molto critico nei confronti della “neutralità” americana rispetto all’attuale situazione curda. L’articolo denuncia come l’avanzata dell’esercito iracheno sia strettamente supportata da Teheran, grazie al suo uomo di fiducia  Qassem Suleimani. Quest’ultimo si sarebbe recato proprio a Baghdad per aiutare l’organizzazione e la messa in opera della manovra offensiva del Governo.

L’editorialista di Bloomberg sostiene che questo sia un chiaro segno di come l’Iran stia “destabilizzando” il Medio Oriente e invoca apertamente l’intervento di Trump per fermare l’avanzata irachena. “Questo sarebbe il momento ideale per vedere uno dei famosi tweet di Trump, qualcosa tipo “Se le forze irachene vogliono attaccare i nostri alleati curdi, non possono usare i carri armati che noi gli abbiamo dato!”.

Trump finalmente ritorna isolazionista

Alcuni opinionisti americani rimproverano dunque al Presidente la sua scelta di non parteggiare apertamente per i curdi. Tuttavia la posizione del tycoon sull’indipendenza curda è sempre stata abbastanza chiara. “Accetteremo un Kurdistan indipendente, solo se l’Iraq sarà d’accordo” disse Trump nel novembre 2016 e ancora oggi, a distanza di un anno, ribadisce che gli Stati Uniti non “prenderanno posizione a favore dell’uno o dell’altro”. Neutralità, dunque. Una scelta che finalmente si avvicina a quel tanto decantato isolazionismo sposnsorizzato dal tycoon nella campagna elettorale dello scorso anno. “Da molti anni abbiamo una relazione molto buona con i curdi e siamo anche stati dalla parte dell’Iraq, pur se non avremmo mai dovuto essere lì”, dichiara Trump, rinnegando l’interventismo della precedente amministrazione repubblicana.

Certo alcuni potrebbero lamentare come Washington abbia utilizzato i curdi per poi abbandonarli, per l’ennesima volta. Tuttavia non si può negare come a livello giuridico l’indipendenza del Kurdistan è e deve rimanere una questione interna dello stato iracheno. Se è vero che l’avanzata dell’esercito di Baghdad può effettivamente far crescere la tensione e il conflitto nell’area, la situazione potrebbe essere ancor più esplosiva con un’eventuale intromissione di un attore terzo con un peso determinante come quello degli Stati Uniti.