Alla vigilia dell’imminente appuntamento elettorale in Serbia, la regione del Kosovo e Metohija (o Kosmet) torna in balia degli spettri del passato.L’assoluzione di Vojislav Šešelj e la sua promessa di “riportare il Kosovo alla Serbia”, se il Partito Radicale Serbo (SRS) – in crescita in tutto il Paese – vincerà le prossime elezioni, sembrano aver innervosito Priština. Alla“minaccia radicale” le autorità kosovare hanno prontamente risposto con l’arresto di Mihajlović Svonko, storico esponente dei nazionalisti serbi in territorio kosovaro, ex sindaco della città Štrpce e candidato tra i favoriti per la corsa al Parlamento serbo.“Nella notte tra l’8 e il 9 Aprile – racconta in esclusiva per Gli Occhi della Guerra – la Regional Operational Support Unit (ROSU), ovvero, i famigerati reparti speciali del Governo di Priština, armati fino ai denti, si sono introdotti con la forza in casa mia”.  “Più di 20 agenti di polizia delle autorità separatiste e terroristiche albanesi – denuncia Mihajlović – hanno fatto irruzione nel mio appartamento, senza preavviso, né mandato, con la scusa di cercare delle armi che non ho mai posseduto”. “Mi hanno prelevato, pur non trovando nulla, come fossi un terrorista di fronte agli occhi increduli di mia moglie e dei miei tre figli e trattenuto per diverse ore in stato di arresto alla stazione di polizia di Ferizaj”, prosegue l’esponente di SRS che è stato rilasciato soltanto nel pomeriggio dopo una robusta mobilitazione dei radicali e della stampa serba.“Non cederemo alle loro minacce. Sono di nuovo libero, la lotta continua”, ha dichiarato Mihajlović. Per il candidato dei radicali questa operazione non è altro che un malcelato tentativo di boicottare l’ascesa dei nazionalisti e di scoraggiare la minoranza serba enclavizzata nei villaggi a sud di Mitrovica, per lo più fidelizzata ai radicali e di estrazione anti-europeista, a presentarsi alle urne il prossimo 24 Aprile.Dopo l’arresto del candidato, adesso, nelle enclaves kosovare serpeggia il timore che questo possa esser il preludio di una nuova escalation ai danni della minoranza serba. “Ci opporremo in tutti i modi possibili nel caso in cui vengano effettuati nuovi arresti e contro qualsiasi tentativo di gambizzare la libertà del nostro popolo”, tuona Mihajlović che non intende abbandonare “la sua trincea”. SRS, in questa terra sfregiata dai segni del conflitto interetnico, custodisce da anni un tesoretto di circa 70mila voti, “non sono moltissimi ma qui si gioca una partita che va al di là della sfida elettorale”, puntualizza l’ex sindaco di Štrpce. Per i nazionalisti serbi, infatti, il Kosmet, con le sue memorie e santuari, resta una sorta di Gerusalemme dell’Est. “E’ una questione di principio, è un simbolo irrinunciabile”, conclude.La preoccupazione di una nuova ondata repressiva nella regione contesa è condivisa anche a Belgrado. Dal quartier generale di Zemun, Šešelj, intervenendo in una conferenza stampa straordinaria, ha infatti chiesto al Governo serbo di “cercare con urgenza mezzi pacifici per effettuare il rilascio immediato di Mihajlović”. Il leader si è detto “preoccupato per la vita del candidato e non solo”. Il timore del “vojvoda cetnico” è che nelle prossime ore si possano verificare nuovi arresti arbitrari a discapito degli attivisti radicali e della popolazione serba del Kosovo. In tal caso, avverte Šešelj, “ci batteremo affinché vengano ripagati con la stessa moneta tutti i separatisti kosovari titolari di cariche pubbliche che entrano in territorio serbo”.Marko Djuric, direttore dell’Ufficio per il Kosovo e Metohija, ha parlato di “attacco brutale al processo elettorale e di tentativo di insinuare il germe della paura tra i serbi del Kosovo meridionale”. Già lo scorso Ottobre, la voce di Djuric si era sollevata con la stessa durezza per condannare un episodio analogo quando nei pressi di Brezovica – non molto distante da Štrpce – i ROSU avevano arrestato quindici lavoratori serbi.Resta quindi alta l’allerta in queste zone, troppo spesso emarginate dai riflettori mediatici e dalle attenzioni della comunità internazionale, dove riecheggiano le criticità di una guerra difficile da dimenticare.

Nel campo comunista di Goli Otok
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