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I Balcani sono il perno del Vecchio Continente, e la cosiddetta cintura albanese, ovverosia il triangolo Tirana–Pristina–Skopje, è la chiave di volta per la loro egemonizzazione. Invero, chiunque sia interessato a condizionare in maniera rilevante le dinamiche che ivi hanno luogo non ha che due scelte: stabilire dei sodalizi con i Paesi più sensibili della penisola, come la Serbia e la Bosnia, o costruire un avamposto nel cuore del triangolo delle Aquile, ossia il Kosovo.

Ed è precisamente in quest’ultima nazione, vena scoperta della polveriera d’Europa, che sta venendo scritto un capitolo importante della guerra fredda tra due grandi potenze extra-regionali: Israele e Turchia.

Le pressioni turche su Pristina

Il primo marzo ha avuto luogo un’inusuale bilaterale a Pristina tra Albin Kurti, capo del nuovo partito di governo (Vetevendosje!) e probabile futuro primo ministro, e Cagri Sakar, ambasciatore turco in Kosovo. Le parti hanno discusso di due argomenti strettamente interrelati, Israele e Turchia, riconfermando al pubblico la centralità geopolitica di questa piccola nazione a riconoscimento limitato.

Il Kosovo è libero di intrattenere relazioni bilaterali con Israele, ha spiegato Sakar, ma è chiamato a ponderare attentamente e adeguatamente la decisione di avallare l’apertura della propria ambasciata in loco a Gerusalemme alla luce degli interessi e delle posizioni della Turchia in merito. In breve, Ankara ha messo Pristina davanti ad un bivio: nessuna politica del piede in due scarpe, ma una scelta di campo chiara e netta.

A fare da cornice alla bilaterale, una lettera scritta e firmata da Recep Tayyip Erdogan, recapitata a Kurti lo stesso giorno, avente come oggetto il medesimo tema. Il contenuto della lettera, quasi minatoria, è stato condensato in un breve ma eloquente passaggio: “Credo che sarebbe utile evitare una simile mossa, che causerebbe un grande danno al Kosovo”.

L’avvertimento di Erdogan e la bilaterale con Sakar sembrano aver convinto Kurti a temporeggiare nell’attesa di capire come e in che direzione fare il prossimo passo nello scacchiere internazionale. Dopo l’incontro con l’ambasciatore turco, infatti, il futuro primo ministro kosovaro ha rilasciato una dichiarazione volutamente ambigua e prestabile a più interpretazioni: “Il luogo in cui verrà localizzata l’ambasciata sarà considerato sulla base della documentazione del governo uscente”.

Il significato dell’ambasciata a Gerusalemme

Kosovo e Israele hanno inaugurato ufficialmente le relazioni bilaterali in una video-cerimonia che ha avuto luogo il primo febbraio e alla quale ha fatto seguito l’invio a Gerusalemme di un ambasciatore, Ines Demiri. Il riconoscimento reciproco, con annessa la clausola dell’ambasciata nella Città santa, era previsto dagli accordi di normalizzazione parziale tra Pristina e Belgrado del 4 settembre scorso ed è stato accolto freddamente nelle stanze dei bottoni di Ankara.

Come avevamo scritto sulle nostre colonne all’indomani di soprascritti accordi, il testo era stato “elaborato con l’obiettivo preciso di accontentare ogni parte coinvolta direttamente e indirettamente [nei Balcani]” e “l’entrata in scena di Israele a Pristina […] apparentemente illogica, poiché slegata dal processo di pace, era [il fulcro] dell’intera visione strategica di Trump”. Una visione che – e i fatti lo stanno dimostrando a mesi di distanza – era stata concepita (anche) allo scopo di porre un freno all’espansione turca nella penisola, più nello specifico all’interno della cosiddetta “cintura albanese“.

Perché non si tratta, e non si è mai trattato, di aprire semplicemente un’ambasciata in una capitale (semi-riconosciuta), ma di accettare implicitamente uno status quo in divenire, di selezionare un blocco geopolitico d’appartenenza e di sposare una causa verso la quale Ankara nutre ostilità.

Kurti, la cui era politica è appena cominciata, adesso si trova realmente ad un bivio: sacrificare il rapporto privilegiatoo con la Turchia sull’altare dell’atlantismo equivarrebbe ad assumersi un rischio economico di rilievo – i turchi sono nella top-tre in termini di investimenti diretti, interscambio commerciale e donazioni umanitarie –, e, d’altra parte, il tradimento degli accordi del governo uscente determinerebbe un raffreddamento sensibile con Stati Uniti ed Israele. In sintesi, dal modo in cui agirà il novello statista si potranno capire innumerevoli cose su quella che potrebbe essere la sua politica estera.

Le mosse turche degli ultimi mesi

Negli ultimi due mesi la Turchia ha intensificato gli sforzi per consolidare la propria propria posizione egemonica in Kosovo, portando avanti iniziative nelle sfere della cultura e dell’istruzione e allestendo incontri di alto livello.

La sera dello scorso 5 novembre, alla vigilia dell’ultimo vertice informale del Processo di cooperazione dell’Europa sudorientale (South East European Cooperation Process), il ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu aveva avuto un incontro con l’allora vice-primo ministro kosovaro, Besnik Tahiri. I due avevano discusso del processo per crimini di guerra a L’Aia che vede coinvolto l’ex presidente Hashim Thaci e di espandere ulteriormente la già ampia cooperazione bilaterale. Cavusoglu, dopo aver rimarcato il legame fraterno che lega i due popoli, aveva spiegato a Tahiri di condividere la sua preoccupazione per il fato di Thaci e aggiunto che “la Turchia continuerà a supportare il Kosovo”.

L’importanza del Kosovo

L’apertura di un dialogo diplomatico ufficiale fra Kosovo e Israele è avvenuta sullo sfondo del terremoto in Albania del 26 novembre 2019, tragico evento che, proprio come la pandemia di Covid19, aveva rapidamente assunto una dimensione geopolitica per via della battaglia degli aiuti umanitari nata successivamente. Fu proprio in quell’occasione che Israele manifestò con forza le proprie ambizioni nei Balcani meridionali, decidendo di entrare nella competizione umanitaria e inviando un chiaro segnale alla Turchia, che da diverso tempo è il nuovo custode del Paese delle aquile.

Per la Turchia i Balcani rappresentano e continueranno a rappresentare una priorità della politica estera – al di là del partito al potere – per ragioni di contiguità geografica, ciclicità storica, strategia e ideologia. La strategia riguarda in particolare, ma non solo, il controllo della cosiddetta cintura albanese che circonda la Grecia e garantisce una proiezione di potere sul resto dei Balcani. L’ideologia, invece, è il neo-ottomanesimo, ovvero una dottrina mirante alla riconquista dell’egemonia su quei territori che un tempo furono sotto il dominio, diretto e/o indiretto, della Sublime Porta.

La lotta per l’egemonia sul Kosovo si inquadra in questo di contesto di mescolanza tra fattori geostrategici e ideologici, trattandosi del punto di collegamento tra Albania e Macedonia del Nord e della chiave di volta per tenere sotto scacco i Balcani occidentali. La cintura albanese riveste, quindi, un ruolo pivotale all’interno della penisola: la Turchia potrebbe, attraverso essa, possedere una leva di pressione nei confronti della Serbia (ossia della Russia), della Bulgaria e della Grecia, oltre che disporre di una base con cui, in cui e da cui, promuovere il proprio potere morbido nell’intera regione.

La Turchia è riuscita a penetrare nella cintura albanese per via di una serie di fortunati eventi avvenuti nel dopo-guerra fredda e nel dopo-guerre iugoslave, in primis la ritirata dell’Italia dall’Albania e le dinamiche demografiche in Macedonia del Nord, e in secundis la graduale fuoriuscita dell’Arabia Saudita dal mondo musulmano balcanico. Gli Stati Uniti, inoltre, erano alla ricerca di un alleato potente al quale affidare la gestione informale del Kosovo – e la Turchia è stata l’unica potenza ad offrire garanzie in tal senso, disponendo tanto della volontà quanto dei mezzi per costruire un’influenza multidimensionale sul piccolo Stato: moschee, centri culturali, istruzione, cultura, intrattenimento (serie televisive), commercio.

Erdogan, però, una volta abbattuti definitivamente i due cardini dello stato profondo turco, ossia il kemalismo e il gulenismo, ha palesato al mondo la reale natura antioccidentale del proprio piano di rinascita neo-imperiale, finendo nel mirino di Israele e delle petromonarchie wahhabite, e attraendo infine l’attenzione degli Stati Uniti. La decisione della presidenza Trump di assegnare ad Israele un ruolo-chiave negli accordi di normalizzazione serbo-kosovari si inserisce in questo ambito di competizione tra grandi potenze per il dominio dei Balcani e, soprattutto, di ostilità serpeggiante tra Occidente e Turchia.

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