Una chiesa cristiano-ortodossa che comincia a bruciare. Una scena che ricorda troppo altre del recente e remoto passato e che subito allarma la comunità serba, anche alla luce del presente, in cui l’approdo dell’Isis nei Balcani è una realtà innegabile.Per approfondire: Balcani, trampolino per il jihadIl fenomeno della radicalizzazione islamica cresce sull’altra sponda dell’Adriatico, molto vicino a noi e, pur se ancora non è possibile capire quale “mano” abbia appiccato l’ultimo incendio in ordine di tempo ad un edificio religioso cristiano, è interessante chiedersi perché i rappresentanti della società kosovara abbiano attribuito subito quanto accaduto ad un mandante ben preciso. Questa la stretta cronaca.Qualche notte fa, sconosciuti sono penetrati nella chiesa ortodossa serba di Cristo Salvatore a Pristina, tentando di incendiarla. Fortunatamente, il peggio è stato subito scongiurato, ma qualche danno materiale, soprattutto al tetto dell’edificio, è stato prodotto.Il fuoco non ha alimentato solo la distruzione fisica del luogo sacro, ma quella morale della comunità serbo-ortodossa, che conosce bene e da troppo tempo simili profanazioni. Una dura condanna è arrivata dal governo kosovaro, in particolare da Dalibor Jevtic, ministro per il rimpatrio dei profughi serbi, e da Belgrado.Il malumore è comprensibile se si pensa che, a circa 17 anni dal conflitto, la contrapposizione etnico-religiosa tra albanesi musulmani e serbi cristiano-ortodossi è sempre fortissima e, fin dal ’99, ha causato danni ingenti al patrimonio religioso di entrambe le parti.Il più grave atto in tal senso, subìto dai cristiani, fu certamente il pogrom del 2004, in cui chiese e cimiteri della minoranza cristiana furono distrutti e dati alle fiamme. Il simbolo di tutte le contrapposizioni divenne, suo malgrado, il monastero di Visoki-Decani, patrimonio dell’umanità inserito nelle liste Unesco, cuore della cultura cristiana in Kosovo e bersaglio di numerosi atti di vandalismo sia durante la guerra, sia a distanza di anni.Per approfondire: Il pericolo jihad nei BalcaniAncora nel 2014, in vista delle elezioni parlamentari che vedevano anche la presenza in corsa di partiti eredi dell’Uck, la formazione kosovaro-albanese nota come “Esercito di liberazione del Kosovo”, le mura del monastero, già precedentemente lesionato dalle granate e sottoposto ad attentati di vario tipo e di diversi gradi di gravità, furono imbrattate con scritte inneggianti ad una vittoria dei partiti che si rifanno ad un’interpretazione dell’Islam molto radicale.

Quando ancora si parlava poco di Stato islamico, è lì che con vernici nere sono state “dipinte” le lettere “i” ed “s”. Ed è proprio questo il punto delle nuove preoccupazioni. Su diversi edifici sacri, ma anche su case private, si sono moltiplicate scritte e simboli inneggianti all’Isis.banner_occhi_cristianiI Balcani sono diventati il corridoio della jihad che minaccia l’Europa e che passa, in maniera sempre più consistente, anche per il Kosovo. In alcuni villaggi balcanici le bandiere nere del Daesh sventolano senza che chi le ha esposte si preoccupi di un’eventuale reazione da parte della comunità internazionale. In Bosnia, Kosovo, Albania e Sangiaccato serbo esistono paesi  in cui si applica la sharia, dove la poligamia è la regola, le donne indossano il velo e, ancor peggio, si fa festa quando gli shahid (kamikaze) si fanno esplodere in qualche piazza d’Europa. Se questi dati non dovessero bastare a far salire l’allarme, basti pensare che i più pericolosi terroristi islamici arrestati di recente venivano dai Balcani. È il caso di Bilal Bosnic, nome che ha dimostrato quanto forti siano i legami tra jihadismo in versione mediorientale, città europee minacciate dall’Isis ed ex mujaheddin che nella guerra degli anni ’90 e durante l’assedio di Sarajevo sono andati a dare aiuto ai loro fratelli islamici. Membro della settima “Mujahedeen Brigade”, Bosnic dopo la fine delle sue imprese nelle sanguinose guerre del ’90 ha  predicato l’estremismo in Germania, Italia e Svizzera. Tutti aspetti, questi, che se messi in correlazione fanno capire perché la profanazione di una chiesa, in Kosovo, possa avere un significato ben più complesso di un – pur detestabile – atto di vandalismo. Al di là dell’episodio di Pristina, comunque, l’attenzione da parte del governo rimane alta. Tutto questo dimostra che i compiti della missione Nato Kfor (Kosovo Force) sono tutt’altro che giunti a compimento. Il Kosovo, territorio per qualche anno ritenuto ormai quasi stabilizzato, rischia di subire nuovi contraccolpi a causa dell’avanzata dell’estremismo di matrice islamica che va a ricongiungersi con rancori mai sopiti e differenze mal sopportate sia dalla comunità albanese, sia da quella serba. Parenti e figli delle vittime della guerra del ’99 sono ancora vivi e questo non aiuta di certo il processo di pacificazione.

Nel campo comunista di Goli Otok
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