In Kirghizistan, uno Stato dell’Asia Centrale strategicamente situato tra Kazakhstan e Cina, tornano a soffiare venti di instabilità. La forze di sicurezza statali hanno arrestato l’ex presidente Almazbek Atambayev, accusato di corruzione, dopo una serie di violenti scontri. Svariati sostenitori dell’ex capo di Stato si erano infatti accampati intorno alla sua casa e hanno ingaggiato un combattimento con i militari per cercare di proteggerlo. Un soldato ha perso la vita e ottanta persone sono rimaste ferite in quella che è stata una vera e propria battaglia. Secondo fonti governative kirghize i sostenitori di Atambayev erano armati mentre le forze di sicurezza avevano impiegati proiettili di gomma. L’ex capo di Stato verrà trasferito presso il ministero dell’Interno ma le violenze generate nel corso dell’operazione dovrebbero aggravare la sua posizione. I problemi per Atambayev sono iniziati quando i rapporti con il suo successore, Sooronbay Jeyenbekov, hanno iniziato a guastarsi. Quest’ultimo aveva vinto le consultazioni del 2017, in quella che era stata definita come il primo trasferimento pacifico di potere nella storia del Paese. Questa vicenda sanguinosa sembra però destinata a generare instabilità e possibili ripercussione negative.

Una nazione instabile

Il Kirghizistan non è nuovo a problemi di natura politica. Nel 2005 e nel 2010 due insurrezioni popolari avevano infatti deposto gli allora presidenti Askar Akajev ( al potere dal 1990) e il suo successore Kurmanbek Bakijev. Il primo era stato accusato di autoritarianismo mentre Bakijev di corruzione e ritenuto responsabile della crescita del costo della vita nella nazione centroasiatica.

Nel corso delle violenze del 2010, che avevano assunto anche carattere di violenza etnica contro la minoranza uzbeka residente nel Paese, erano state uccise circa duemila persone mentre centinaia di migliaia erano state costrette ad abbandonare le proprie case. Il sistema politico del Paese è afflitto da gravi problemi di corruzione e da scontri tra i diversi clan che ne controllano le posizioni di potere. Questo genera una certa instabilità sebbene, seppur in proporzione al contesto locale, il Kirghizistan è la nazione più democratica dell’Asia Centrale.

L’economia del Paese non naviga in buone acque, il reddito medio pro capite annuo ammonta a circa 1200 dollari americani e l’economia nazionale trae linfa vitale dalle rimesse che circa un milione di kirghizi che lavorano all’estero invia nella madrepatria. Altri introiti provengono dall’estrazione dell’oro e dall’industria leggera. Negli ultimi anni si sono registrati crescenti investimenti cinesi nell’economia kirghiza, che ha fatto registrare un tasso di crescita di oltre il 4% nel 2018 e del 2,5 nel 2019.

I rapporti con Mosca

Le Federazione Russa rappresenta un importante partner strategico per la nazione centroasiatica, membro tanto dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto) quanto dell’Unione Euroasiatica, le due alleanze rispettivamente militari e politico-economiche guidate da Mosca. L’esercito russo ha una base militare nel Paese, quella di Kant, sin dal 2003 e Mosca ha fornito, nel 2019, aiuti per favorire lo sviluppo economico e militare del Paese. Gli Stati Uniti, che avevano in gestione la base aerea di Manas, sono stati costretti ad abbandonarla, nel 2014, in seguito al voto in tal senso espresso dal Parlamento kirghizo. Appare dunque probabile, anche nel prossimo futuro, che la gli occhi del Kirghizistan continueranno ad essere orientati verso Mosca. Non è però da sottovalutare l’influenza della Cina ma, più in generale, il Paese necessiterebbe di una lunga fase di stabilità politica che possa generare anche una maggiore prosperità a livello economico. Il ritorno della violenza potrebbe avere dei contraccolpi negativi sulla stabilità di parte dell’Asia Centrale e generare problemi per il governo russo.