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Homer Bezaleel Hulbert, missionario statunitense e attivista dell’indipendenza coreana a cavallo fra 1800 e 1900, scrisse in uno dei suoi testi che “La Corea è stata collocata tra grandi imperi quale negazione dell’impero universale” (la traduzione è ripresa dall’ultimo numero di Limes, Venti di guerra in Corea). Incredibile, ma per ceti versi un sintomo della ciclicità della storia, oggi, dopo più di un secolo, la Corea, questa volta del Nord, sembra veramente aver preso a cuore la profezia del missionario americano. Il regime di Pyongyang è, infatti, l’ago della bilancia della supremazia del Pacifico occidentale, il vero nodo da sciogliere tra Cina e Stati Uniti per chi possa avere la meglio nell’East Asia. Partendo proprio da questo assunto, e da questa frase di Hulbert, e cioè di una Corea come negazione dell’impero universale, è possibile dare una lettura alternativa alla crisi della penisola coreana e, possibilmente, rovesciare il postulato della propaganda statunitense ma anche della stessa propaganda del regime di Pyongyang. Perché se è vero che la Corea è “collocata tra grandi imperi quale negazione dell’impero universale”, allora se ciò vale per gli Stati Uniti, vale anche per la Cina. In sostanza, la Corea del Nord è più utile a Washington o a Pechino?

Sul fronte della Cina, tutti ritengono (erroneamente) che il governo di Pyongyang sia un alleato del governo di Pechino. In realtà non è così. La Cina non ha rapporti di amicizia con la Corea del Nord da molti anni e sta attuando ogni tipo di sanzione che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sta infliggendo al regime di Kim Jong-un. La Cina, in maniera molto pragmatica, non sostiene Kim ma non sostiene neanche una guerra. Non è doppiogiochismo ma pura concretezza: meglio un vicino scomodo che il collasso di un regime con milioni di profughi, migliaia di morti, una guerra e la truppe Usa o sudcoreane al proprio confine. La Corea del Nord ha rappresentato, e continua a rappresentare, il limite fisico e politico all’espansionismo statunitense in Asia a discapito della Cina e l’impossibilità per le truppe statunitensi di giungere al confine di Cina e Russia. Questo ha ingenerato nel tempo un rapporto quasi perverso fra Pyongyang e Pechino, arrivando a una sorta di simbiosi scomoda fra i due Stati. Nessuno dei due può fare a meno dell’altro, ma, nello stesso tempo, entrambi ne farebbero volentieri a meno se la situazione regionale glielo consentisse. La Cina per eliminare un problema dalla sua orbita geopolitica, la Corea del Nord per sentirsi libera da un colosso che può decidere in ogni momento di farla implodere soltanto chiudendo i canali commerciali e quelli illegali.





Dal punto di vista di Washington, la Corea del Nord è sempre stata vista come un nemico giurato, una sorta di nemesi, di un nemico diabolico che incarna alla perfezione quel famoso “asse del male” battezzato da George W. Bush che includeva anche l’Iran e l’Iraq di Saddam. Sono in molti negli Stati Uniti a credere che Pyongyang rappresenti effettivamente il nemico verso l’ordine mondiale liberale di stampo atlantico modellato sulla matrice statunitense. E sono molti, soprattutto in alcuni segmenti neocon e del Pentagono, a credere che la guerra contro la Corea del Nord sia una guerra giusta e da fare. Ma al netto di questa visione, che in ogni caso nella politica americana non va mai sottovalutata, sono in molti a ritenere che, in fondo, la guerra alla Corea del Nord non si può sostenere. L’impasse è evidente, tanto che, eccezion fatta per i tweet di Trump, nessuno tra le alte cariche Usa ha mai apertamente voluto aumentare l’escalation militare. Ma in fondo, va anche detto che agli Stati Uniti questa situazione può anche fare molto più comodo di quanto possa apparire. Perché se è vero che la Corea del Nord rappresenta un nemico per un alleato asiatico di Washington, com’è appunto la Corea del Sud, è anche vero che l’esistenza della Corea del Nord è il motivo per cui gli Usa possono schierare migliaia di uomini nella penisola coreana, un sistema Thaad e avere nei porti coreani e giapponesi la Settima Flotta. Senza il regime di Pyongyang, è difficile credere che Corea del Sud e Giappone sarebbero così interessate ad avere basi Usa sul proprio territorio e, soprattutto, a limitare i rapporti con Russia e Cina, con cui hanno sì dei problemi legati soprattutto ad alcuni arcipelaghi, ma con cui potrebbero creare una partnership economica e politica di impatto enorme sul mondo contemporaneo.

A questo dato, si aggiunge poi un fattore non irrilevante per la questione coreana, e cioè la volontà di Kim Jong-un di ritagliarsi un proprio spazio di manovra nella regione che sia scevro dalla politica cinese. Pechino non ha mai apprezzato il giovane leader nordcoreano, tanto che erano noti i legami con lo zio di Kim, Jang Sung-taek (fucilato nel 2013) e con il fratello, Kim Jong-nam (ucciso, sembra, dai servizi nordcoreani nello scalo di Kuala Lumpur), proprio per l’eventualità di un cambiamento al vertice di Pyongyang manovrato dal partito comunista cinese. Per ottenere libertà di manovra, la Corea del Nord ha necessità di scendere a patti con gli Stati Uniti, anche segretamente, per essere riconosciuta quale potenza nucleare. Una volta riconosciuta come tale, la Corea del Nord vorrà avere sostanziali garanzie economiche di alleggerimento delle sanzioni in modo da evitare di dipendere totalmente da Pechino. Kim sa perfettamente che la Cina ora ha in mano l’interruttore del Paese e sa, al contrario, che una guerra con gli Stati Uniti sarebbe devastante e suicida. Cercare l’accordo con Washington (probabilmente non durante l’amministrazione Trump), significherebbe evitare l’una e l’altra.

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