La Corea del Nord è disponibile ad avviare colloqui diretti con gli Stati Uniti. A renderlo noto, è stato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, durante l’incontro a Vienna con il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson. “Sappiamo che la Corea del Nord vuole soprattutto discutere con gli Stati Uniti di garanzie per la sua sicurezza. Siamo disposti a sostenerlo, siamo disposti a partecipare agli sforzi per facilitare tali negoziati. I nostri colleghi americani, incluso Tillerson, ne sono stati informati”. Queste le parole del ministro russo, uno degli uomini più influenti della diplomazia mondiale, a margine del vertice Osce nella capitale austriaca. Parole molto importanti che s’inseriscono perfettamente nella logica della politica estera del Cremlino riguardo alla crisi nella penisola coreana, da sempre vista con estrema preoccupazione per i rischi di un’escalation militare che lo stesso Putin non ha mai smesso di considerare come un’ipotesi “catastrofica”. Mosca ha sempre cercato di porsi come mediatrice tra Pyongyang e Washington, prendendo sempre posizione a favore delle politiche delle Nazioni Unite e condannando i test di Kim Jong-un al pari delle esercitazioni militari Usa e della retorica del presidente Trump. E il fatto che al vertice Osce sia stato inoltrato da Lavrov questo messaggio di Pyongyang, dimostra inevitabilmente che la Russia sta assumendo una posizione di assoluta primazia all’interno della crisi asiatica.

La portavoce del dipartimento di Stato Usa, Heather Nauert, ha precisato che colloqui diretti con Pyongyang “non sono in programma fino a che non accettano di rinunciare al loro programma nucleare”. Una bocciatura che viaggia parallela alle ultime dichiarazioni di Donald Trump, il quale, in Florida, ha affermato che le sanzioni imposte dagli Stati Uniti potrebbero non funzionar, e, poche ore fa, all’Atlantic Council, ha detto che la Corea resta un pericolo per il mondo. Parole che arrivano dopo la timida apertura di Tillerson verso un possibile negoziato e che dimostrano il distacco sempre più evidente fra Casa Bianca e segretario di Stato. Ma non va neanche dimenticato che, a fronte di queste dichiarazioni da parte dell’amministrazione Trump, esistono canali diplomatici ulteriori che potrebbero essere ripristinati. Uno è il famoso “canale di New York”, che vede protagonista Joseph Yun, delegato Usa per la Corea del Nord, e che Pyongyang ha interrotto dopo le minacce di Trump in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’altro canale, questa volta ufficiale, è quello invece delle stesse Nazioni Unite, che nell’ultima settimana hanno inviato Jeffrey Feltman nella capitale nordcoreana per discutere con i vertici del ministero degli Esteri del regime. Quest’ultimo ha recentemente ribadito che la Corea del Nord non vuole una guerra, ma ha anche detto che non ci sono state aperture su un possibile accordo. 

L’opera di Lavrov e delle Nazioni Unite non sembra facile. Pyongyang chiede assicurazioni sulla propria sicurezza che gli Stati Uniti non vogliono né si sentono in grado di poter fornire. Da parte Usa, la richiesta è sempre quella del blocco totale del programma nucleare e dello smantellamento dell’arsenale atomico. Ma è del tutto evidente che questa richiesta contrasta con il programma della Corea del Nord, che considera il nucleare militare non soltanto un pilastro assoluto del proprio sistema economico, politico e militare, ma anche l’unica assicurazione sulla sopravvivenza del regime e della dinastia Kim. Idea peraltro supportata da quanto avvenuto con Gheddafi e Saddam, ma anche da quanto avvenuto di recente con l’accordo sul nucleare iraniano. Finché le posizioni non cambieranno, lo stallo sembra inevitabile. Tuttavia, il fatto che da parte nordcoreana sia stato inviato un messaggio di volontà di aprire negoziati diretti con gli Stati Uniti, non può che essere interpretato come un segnale positivo. Un segnale che ha anche un’altra interpretazione: il distacco dalla Cina. Non va sottovalutata la scelta di Pyongyang di inviare il messaggio agli Stati Uniti tramite la Russia e di parlare di colloqui diretti con gli Usa senza intermediari. Una dimostrazione evidente di quel graduale processo di distacco di Pyongyang da Pechino, voluto da entrambi i governi, e che pone una serie di interrogativi ulteriori sul futuro della penisola coreana.

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