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Una settimana fa, Kim Jong-un incontrava Donald Trump a Singapore per la storica stretta di mano. Adesso, con i riflettori del mondo di nuovo spenti, Kim torna a Pechino, a dimostrazione dell’ormai consolidato rapporto con Xi Jinping. Il viaggio del leader della Corea del Nord era stato anticipato da alcuni rumors di stampa, confermati poi ieri dall’agenzia Xinhua con le foto dell’arrivo del leader nordcoreano a Pechino. Per Kim si tratta del terzo incontro con Xi in soli quattro mesi: una rivoluzione per Pyongyang, visto che, prima dello storico incontro di marzo, Kim non era mai uscito dal territorio coreano. Adesso, invece, sembra quasi non poter farne a meno.

Il presidente cinese ha ricevuto il leader nordcoreano con tutti gli onori militari, accolto in grande stile nella Grande Sala del Popolo. La Cina non si “vergogna” più del suo partner coreano. Nel tempo, dopo le tensioni nate dai test missilistici e dalle prove della bomba atomica, Kim ha ottenuto credito anche a Pechino. Non è più solo un alleato scomodo: adesso è un leader con cui si può trattare e discutere.

Come riportato dalla China Central Television, Xi e Kim si sono detti in piena sintonia per “salvaguardare la pace e la stabilità nella penisola coreana e dare un contributo positivo alla salvaguardia della pace e della stabilità regionale e mondiale”. Il presidente cinese ha elogiato il suo omologo nordcoreano per il “positivo” risultato dell’incontro con Trump ed ha voluto ribadire che, in qualunque caso, “la risoluta posizione del governo cinese, dedicata a consolidare e sviluppare le relazioni tra Cina e Corea del Nord, non cambierà”.

Una promessa che è molto indicativa. Pechino conferma l’asse con Pyongyang pur condividendo i risultati ottenuti dal vertice di Singapore. Kim, per mesi, ha scherzato con il fuoco, ma sapeva perfettamente quando fermarsi. La volontà della Cina e della Russia è prevalsa e la strategia del maresciallo Kim era molto chiara: alzare l’asticella della tensione e fermarsi prima del punto di rottura. Ci è riuscito e ha ottenuto quanto voleva. E a Pechino hanno apprezzato la fine di un’escalation che poteva essere molto pericolosa.

Ma la strategia nordcoreana non poteva avere luogo senza il placet della Cina, vero dominus della politica di Pyongyang. Proprio per questo motivo, adesso Xi è interessato a continuare a proteggere e monitorare Kim. Una Corea del Nord non più disprezzata dal mondo e non più nell’occhio del ciclone può essere una valida arma nei confronti degli Stati Uniti che, con Donald Trump, hanno iniziato una pericolosa guerra commerciale con la Cina.

Trump ha spesso utilizzato la crisi in Corea per spingere la Cina a muovere passi in avanti su più fronti. L’escalation è servita a Washington per spingere la Cina a fare qualcosa non solo con Kim Jong-un ma anche nella politica bilaterale. Ma adesso è la Cina a poter fare di nuovo le sue mosse. E garantire a Trump la fine della crisi in Corea significa avere una leva sulla politica della Casa Bianca.

Se la Cina autorizza la Corea del Nord a una nuova fase di tensioni, Trump perde di colpo ogni credito ottenuto col vertice di Singapore. Chiaramente è un gioco pericoloso, perché potrebbe condurre al rischio di una nuova guerra da parte degli Stati Uniti. Ma il fatto che Kim vada continuamente a Pechino è la dimostrazione di chi sia, davvero, il regista della pace.

Per adesso, Xi ha ottenuto tre risultati fondamentali: la stabilizzazione della Corea, la fine delle esercitazioni militari Ulchi Freedom Guardian in Corea del Sud e una Corea del Nord in fase di denuclearizzazione. Una denuclearizzazione in cui la Cina continuerà ad avere un ruolo fondamentale, come ricordato dal portavoce del ministero degli Esteri, Noh Kyu-duk, il quale si è auspicato che Pechino possa avere “un ruolo costruttivo”. “I governi della Corea del Sud e della Cina hanno condiviso lo stesso obiettivo strategico di denuclearizzare completamente la penisola coreana”. Un commento che apre molti scenari sul rapporto triangolare fra Cina, Corea del Nord e Corea del Sud.