In un rapporto pubblicato dall’agenzia di stampa della Corea del Nord, il negoziatore di Pyongyang, Kim Myong-gil, ha annunciato di rifiutare i colloqui con la controparte americana voluti da Donald Trump per smorzare le tensioni nella penisola coreana. Alludendo all’impossibilità di scendere ad accordi proprio nel momento in cui Kim Jong-un sta portando avanti le migliorie al proprio arsenale balistico, un eventuale nuovo incontro non appare possibile fino al 2020, a meno della rimozione delle sanzioni internazionali decise da Trump. La controparte americana, impersonata da Stephen Biegun, ha ribadito l’impossibilità di eliminare l’embargo senza una reale prova dello smantellamento del programma nucleare. Insomma, la solita vecchia storia che si ripete.

Dar di matto ogni quadriennio in fondo funziona

Empiricamente non si può dar torto alla strategia che da anni sta portando avanti la famiglia Kim: intimorire gli Stati Uniti minacciando i suoi alleati della Corea del Sud e del Giappone mentre la politica americana è immersa nella campagna elettorale. L’obiettivo primario consiste nell’ottenere aiuti internazionali per sfamare la popolazione, ridotta allo stremo dalla mancanza di un apparato sociale a causa dei fondi dirottati quasi per la totalità nello sviluppo degli armamenti. E l’obiettivo viene sempre raggiunto. Con la rimozione degli embarghi la Corea del Nord ottiene le merci di prima necessità e risolleva la popolazione convincendola che tali forniture siano state ottenute per timore dei propri missili; una volta che ciò sia avvenuto, Kim riprende quindi a testare l’arsenale balistico, venendo investito nuovamente dagli embarghi americani. La stessa, ciclica ed identica storia che si ripete, in un loop che, alla fine dei conti, non si può dire non sia funzionante.

Solo in questo secolo, sia George W. Bush sia Barack Obama ci sono cascati: adesso tocca a Trump. Posto sotto pressione, bisognerà vedere però se il suo carattere vulcanico e dal difficile compromesso lo porterà sulla stessa strada. Facilmente però il caso americano che vuole il suo impeachment lo obbligherà a mettersi sulla difensiva almeno per quanto riguarda la politica estera, portandolo a cedere alle minacce di Pyongyang.

L’ultimo imperatore vuole il suo tributo

Data la natura del sistema politico nordcoreano, che sostiene il proprio leader idolatrandolo al pari di una figura religiosa, si può definire la Repubblica popolare della Corea del Nord come in realtà l’ultimo vero e proprio impero del mondo, con Kim nelle vesti di imperatore. Questa premessa chiarisce come l’intendere gli aiuti internazionali come “tributi per tenere a bada la propria ira” sia una storia facilmente vendibile alla popolazione, per lo più legata ai valori della tradizione ed isolata dal resto del mondo. Nonostante il tasso di alfabetizzazione sia il più elevato al mondo (si stima una percentuale prossima al 100%), lo stesso non si può dire della libertà di informazione, che primeggia al capo opposto della classifica, annullando la possibilità effettiva di informarsi adeguatamente sulle vicende internazionali.

Le mosse di Trump

Come sottolineato precedentemente, al momento Donald Trump si trova costretto a difendersi su più fronti a livello sia nazionale che internazionale. Con il Partito Repubblicano che perde consensi, la procedura di impeachment in corso ed i difficili scenari economici internazionali che sembrano obbligare il capo di Stato a ritrattare i dazi doganali con la Cina, la partita diventa complicata. Tutto ciò considerando la pressione della possibilità di essere il primo presidente da Bush padre a non essere rieletto: fatto che verrebbe considerato un epocale fallimento per il suo partito.

In questo scenario, la possibilità che Donald Trump possa forzare la mano con la Corea del Nord sono molto scarse. Molto probabilmente come negli anni passati si giungerà ad un negoziato che porterà Kim ad accantonare i programmi nucleari (le casse dello stato ogni tanto vanno anche rimpinguate), con la controparte americana che permetterà l’invio di aiuti internazionali alla popolazione della Corea del Nord. Questo sistema, nel quale la famiglia Kim si può considerare maestra, è il fiore all’occhiello della politica estera nordcoreana.

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