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La distensione lungo il 38esimo parallelo sembra essere stata ufficializzata durante le olimpiadi invernali: Kim Jong-un ha infatti invitato il presidente sudcoreano Moon per un summit che avrà come argomento la riapertura dei canali diplomatici – e soprattutto commerciali – tra i due Paesi.

Seul infatti vede di buon occhio questa riconciliazione con Pyongyang dato che per il Nord passano le linee di comunicazione terrestri verso il continente asiatico: la posizione geografica della Corea del Sud è infatti vincolante in questo senso. Pyongyang d’altra parte, vede in Seul l’occasione per uscire dall’isolamento internazionale che si è fatto via via più strangolante negli ultimi anni a causa del suo programma di armamento atomico e missilistico: riaprire la frontiera col sud darebbe un – se pur flebile – respiro all’economia vessata dalle sanzioni.





Prima della crisi, lo ricordiamo, i rapporti commerciali lungo il 38esimo parallelo erano tali da permettere a lavoratori del Sud di accedere all’area industriale condivisa di Kaesong, un distretto industriale in territorio nordcoreano dove avevano sede oltre cento industrie sudcoreane che attiravano 50 mila lavoratori – e valuta – dal sud. Ora a quasi 5 anni dalla chiusura ermetica della frontiera Kim Jong-un guarda di nuovo a Seul come ad un ritrovato partner economico per poter traghettare il Paese verso una nuova era e l’occasione gli è stata proprio fornita dai giochi olimpici invernali che si stanno tenendo a Pyeongchang.

Cosa è cambiato?

In questo lustro che è intercorso dalla chiusura dei rapporti con Seul, Pyongyang è diventata una potenza nucleare – anche se non a livello delle altre già affermata – e quindi il Regime si sente più al sicuro da possibili tentativi di “putsch” eterodiretti o da invasioni. I successi nel campo del nucleare ma soprattutto quelli nel campo della missilistica – con il raggiungimento della capacità intercontinentale – hanno reso la Corea del Nord più stabile se pur al prezzo di enormi sacrifici. Non è un caso, infatti, che la distensione verso Seul arrivi a pochi mesi dal test, effettuato con successo, del primo missile balistico intercontinentale capace di colpire l’intero territorio degli Stati Uniti continentali – il “Hwasong-15” – mettendo così per la prima volta Washington nel mirino dei missili di Kim (sebbene il vettore sia lungi dall’essere pienamente operativo).

Washington che però non è – ancora – contemplata nel piano di distensione di Pyongyang. Sebbene un canale diplomatico non ufficiale sia sempre rimasto aperto tra i due Paesi da quando Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca, questo non è mai stato utilizzato per negoziare il disarmo nucleare e missilistico ma solo per discutere, nella prima metà dello scorso anno, della sorte di parecchi cittadini statunitensi che si trovavano in Corea del Nord. Soprattutto in questo momento Kim non intende affatto mettere in discussione il proprio arsenale e soprattutto non intende farlo con Washington, anche considerando che lo stesso vice presidente Pence ha reso noto che gli Stati Uniti continueranno a mantenere la pressione internazionale elevata tramite sanzioni finché il Nord non intraprenderà chiari passi verso l’abbandono del suo arsenale atomico. Passi che Kim non intende minimamente fare, dato che questo rappresenta la sua “assicurazione sulla vita”. Il vice presidente Usa, di ritorno dalla cerimonia di apertura dei giochi, ha però affermato che, nonostante Washington ed i suoi alleati non faranno un passo indietro sulle sanzioni finché lo status quo non cambierà, la Casa Bianca non si preclude la possibilità di colloqui con il Regime nordcoreano: “Se volete parlare, parleremo”. Il problema però è che in questo particolare momento Kim non intende farlo e dubitiamo che lo farà prima che il suo arsenale atomico sia dichiarato pienamente operativo. Anzi. Kim gioca al rialzo a livello diplomatico e fa sapere che gli Usa sono “confusi e inorriditi” dalla potenza nucleare nordcoreana tanto da invitare il disertore Ji Seong-ho al discorso sullo Stato dell’Unione e il padre di Otto Warmbier – studente deceduto alcuni giorni dopo essere stato liberato da una prigione nordcoreana – alla cerimonia di apertura dei giochi invernali, non dimenticandosi di additare gli Usa come il “principale violatore dei diritti umani mai visto nella storia dell’uomo”.

L’apertura al Sud è il preludio ad una volontà di unificazione?

Al di là del mero ambito sportivo una unificazione della penisola coreana, se pur non impossibile, è molto improbabile stante la realtà della situazione attuale. Oltre alle motivazioni culturali – 70 anni di isolamento hanno addirittura modificato la lingua tra nord e sud – sociali ed economiche, queste ultime facilmente intuibili trattandosi di due realtà agli antipodi, esiste anche un profondo limite ideologico dato dalla natura stessa del Regime che non ha mai riconosciuto del tutto l’esistenza del Sud, visto un po’ come una provincia ribelle estirpata dalla madre patria grazie agli americani.

Dal punto di vista strettamente socioeconomico poi, 70 anni di isolamento rendono la Corea del Nord uno Stato quasi “fuori dal tempo” a differenza di quanto avveniva per la Germania Orientale e gli altri Stati dell’Europa dell’est ai tempi della Cortina di Ferro che non sono mai stati ermeticamente chiusi. La particolare posizione della Corea del Nord poi, con i propri confini settentrionali limitati alla Cina ed in minima parte alla Russia, ha fatto il resto nonostante la politica di rinnovo avvenuta negli anni ’90 quando lo Stato stava seriamente rischiando di collassare per colpa dell’arretratezza economica che ha causato più di una carestia.

Solo il crollo del Regime – che non sarebbe certo indolore – oppure un nuovo conflitto, questa volta molto più sanguinoso e totalizzante rispetto a quello conclusosi nel ’53, permetterebbe una vera riunificazione della penisola coreana, ma la Cina non permetterebbe mai nessuna di queste ipotesi: troppo grande sarebbe il rischio di vedere una corea unita sotto la bandiera a stelle e strisce con basi americane a pochi kilometri di distanza dai propri confini meridionali.

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