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Politica

Kim ha studiato la guerra contro l’Iran e non mollerà mai il nucleare

Kim ha imparato alcune lezioni ciniche dall'ultima crisi Iran-Israele. Ecco quali e che cosa c'entrano gli Stati Uniti.

Tutti si sono concentrati sull’Iran perché, ovviamente, i B-2 statunitensi hanno sganciato le loro bombe anti bunker sulle strutture nucleari di Teheran. Il timore dell’opinione pubblica internazionale? Che gli ayatollah potessero scatenare una risposta militare e dare il via a una preoccupante escalation nell’intero Medio Oriente.

L’ultima crisi, con annesso intervento decisivo degli Stati Uniti, dovrebbe in realtà spingere l’opinione pubblica internazionale ad accendere i riflettori sulla Corea del Nord più che sulla Repubblica Islamica. Il motivo è semplice: i raid dei super bombardieri del Pentagono in Iran hanno convinto ulteriormente Kim Jong Un a non privarsi del nucleare.

Le ultime azioni militari di Washington contro Teheran potrebbero infatti aver rafforzato la determinazione di Pyongyang ad accelerare il proprio programma di armamenti (convenzionali e nucleari) e ad approfondire la cooperazione con la Russia. Potrebbero anche aver rafforzato la convinzione del presidente nordcoreano in merito al fatto che le armi nucleari rappresentino il deterrente definitivo contro un cambio di regime imposto dagli Stati Uniti.

Cosa ha imparato Kim

Kim ha imparato alcune lezioni ciniche dall’ultima crisi Iran-Israele. La prima: un Paese non allineato al blocco occidentale è bene che abbia armi nucleari. Deve però svilupparle in segreto, al di fuori di qualsiasi monitoraggio internazionale. La seconda: in certi casi la diplomazia con una buona parte dell’Occidente serve a poco.

La terza: l’intera tecnologia occidentale è un rischio per la sicurezza nazionale. È fondamentale smarcarsene per imboccare nuove strade. La quarta: gli attacchi preventivi, gli omicidi mirati contro i leader politici e militari, e pure l’uccisione di civili appaiono azioni legittime (non, però, a parti invertite). Sono lezioni durissime da digerire, ma che trovano spazio e valore agli occhi di chi non fa parte dell’Occidente e ha osservato quanto accaduto a Teheran e dintorni.

Non è quindi da escludere che Kim possa aver percepito l’attacco aereo statunitense in Iran come una minaccia militare, e che per questo accelererà gli sforzi nodcoreani per migliorare la capacità di attacchi missilistici nucleari preventivi. Già, perché per la Corea del Nord i blitz Usa seguono una logica ben precisa: i Paesi privi di armi nucleari, dall’Iraq alla Libia, fino all’Iran, sono vulnerabili a un intervento di Washington.

Salvagente nucleare

Impossibile paragonare Iran e Corea del Nord. In primis perché parliamo di una potenziale minaccia nucleare (Teheran) contro una potenza nucleare vera e propria (Pyongyang). Il programma di Kim è inoltre molto più avanzato rispetto a quello degli ayatollah, con armi pronte al lancio su diversi vettori inclusi i temibili missili balistici intercontinentali.

Come ha scritto The Korea Herald, la Nord Corea non solo possiede già armi nucleari e sistemi di lancio avanzati, ma mantiene anche una logica e una motivazione distinte per gli armamenti nucleari: a differenza di Teheran, il cui programma è incentrato sulla deterrenza e sull’orgoglio nazionale, quello di Pyongyang è incentrato sulla sopravvivenza del governo di Kim.

Sarebbe folle pensare che Trump possa replicare oltre il 38esimo parallelo quanto fatto in Iran. Le capacità di contrattacco della Corea del Nord, infatti, coincidono con missili balistici intercontinentali in grado di raggiungere il territorio degli Stati Uniti e con un’artiglieria massiccia puntata sulle aree densamente popolate di Seoul. Certo è che Kim non vuole rischiare. E che adesso – ancor più del passato – non voglia neanche lontanamente sentir parlare di una fantomatica denuclearizzazione della penisola coreana.

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