È già successo due volte, e potrebbe capitare di nuovo. Gli analisti più attenti hanno notato un minimo comun denominatore alla base delle ultime due apparizioni di Kim Jong Un: la “regola del 21”. Che cosa significa? Semplicemente che il leader nordcoreano, da aprile in poi, è tornato sotto le luci dei riflettori dopo aver trascorso 21 giorni chissà dove.

In altre parole, c’è chi ha sottolineato come le apparizioni di Kim seguano un distacco temporale di tre settimane esatte. Per quale motivo? Si possono solo azzardare delle ipotesi. La più probabile è da ricercare nella pandemia di Covid che ha scosso il mondo intero e, probabilmente, anche la Corea del Nord, nonostante Pyongyang parli in via ufficiale di zero contagi.

Dunque, per sfuggire al Sars-CoV-2, Kim avrebbe scelto di contingentare le uscite e diluirle lungo l’arco temporale di 21 giorni. Un periodo di tempo necessario, almeno in teoria, per prevenire l’insorgenza di sintomi legati al nuovo coronavirus. Secondo quanto riferito dal sito Nk News, dall’inizio di aprile alla fine di giugno, cioè in una parentesi di 91 giorni, Kim ha totalizzato appena 7 presenze. Un notevole calo rispetto alla media di 46 uscite registrata a cavallo tra il 2012 e il 2019.

Coronavirus e precauzione?

Proprio come successo ad aprile e a maggio, Kim è nuovamente sparito dai radar. Che il leader sia in fin di vita? Improbabile, visto che una pista del genere è stata scartata tanto dall’intelligence americana che da quella nipponica e sudcoreana. Semmai vale la pena fare un piccolo calcolo. Se dividiamo i 91 giorni compresi tra aprile e maggio per 7, otteniamo 13. Cioè il periodo di quarantena obbligatoria che deve “scontare” chi può essere entrato in contatto con potenziali infetti da coronavirus.

Nella maggior parte degli Stati al mondo, Cina compresa, il limbo da scontare prima di dirsi non contagiati si avvicina proprio alle tre settimane. Pechino fa un’eccezione: alle due settimane classiche, ha deciso di aggiungerne una terza per precauzione. Dal momento che Corea del Nord e Cina sono alleati strategici, è probabile che gli esperti cinesi abbiano consigliato agli omologhi nordcoreani di prendere simili precauzioni per evitare di far correre rischi al presidentissimo Kim. Certo, sono ipotesi. Ma una spiegazione del genere spiegherebbe perché il leader possa aver diminuito le sue uscite in pubblico.

I precedenti di aprile e maggio

Riavvolgiamo il nastro. Ad aprile tutti si chiedevano dove fosse finito Kim Jong Un. Era morto? La sorella lo aveva relegato in una posizione secondaria? Era per caso attaccato a una macchina, in stato vegetativo, e quindi incapace di governare? La comunità internazionale brancolava nel buio. Molti pensavano davvero che il leader fosse passato a miglior vita.

Invece, proprio quando tutti erano convinti di non rivederlo mai più, ecco che Kim è riapparso. Esattamente il primo maggio, in occasione di una cerimonia di inaugurazione di un impianto chimico non distante dalla capitale Pyongyang. Sembrava più appesantito del solito, un po’ rigido nei movimenti, ma era lì in carne ed ossa, assieme alla sorella Kim Yo Jong. Dalla sua ultima apparizione erano passati 21 giorni.

Alla fine di maggio le speculazioni sulla salute di Kim Jong Un sono tornate prepotentemente alla ribalta, finché il 24 maggio il giovane Maresciallo è riapparso per una seconda volta. L’8 giugno, invece, Kim è stato segnalato alla “guida di una cruciale riunione dell’Ufficio politico del Comitato centrale”. Ogni apparizione segue, più o meno, la regola del 21. Forse per scongiurare la possibile infezione da Covid? Il mistero si infittisce.

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