Se Lee Jae Myung era volato in Cina con l’intenzione di avviare un dialogo costruttivo con Xi Jinping per aggiustare le relazioni tra Pechino e Seoul, oltre che per riportare la Corea del Nord in un ipotetico tavolo diplomatico, ecco che il raid militare degli Stati Uniti in Venezuela – con tanto di rapimento del presidente locale Nicolas Maduro – rischia ora di compromettere ogni possibile dialogo.
Kim Jong Un ha infatti preso appunti di quanto accaduto a Caracas, delle minacce di Washington, dei mezzi militari impiegati dagli Usa per rimuovere un leader avverso, e da questi ha rafforzato la sua più grande convinzione: guai a privarsi del nucleare. Al contrario, come ha lasciato intendere lanciando un paio di missili mentre Lee si stava recando a Pechino, Kim continuerà a potenziare il proprio arsenale militare.

Il messaggio di Kim
In merito all’ultimo episodio, secondo l’esercito sudcoreano i missili sparati da Kim al largo della costa orientale della Corea del Nord hanno percorso circa 900 km. Le forze statunitensi per l’Asia-Pacifico hanno affermato che non rappresentano una “minaccia immediata per il personale o il territorio degli Stati Uniti, né per i nostri alleati”. Non la pensa così il Giappone che, per bocca del suo ministro della Difesa, Shinjiro Koizumi, ha fatto sapere che “lo sviluppo nucleare e missilistico della Corea del Nord minaccia la pace e la stabilità del nostro Paese e della società internazionale ed è assolutamente intollerabile”.
C’è da crederci, visto che Kim ha chiesto di raddoppiare la capacità produttiva di armi tattiche guidate durante una recente visita a una fabbrica di munizioni, richiesta che sarà presumibilmente ribadita dopo quanto accaduto a Maduro. Non solo: il presidente nordcoreano ha visitato una serie di fabbriche di armi e un sottomarino a propulsione nucleare, supervisionando i test missilistici in vista del sempre più vicino nono congresso del Partito dei Lavoratori.
Il messaggio di Pyongyang è chiaro: ammesso che torneranno a esserci le giuste condizioni per riprendere il dialogo diplomatico con gli Usa, la rimozione del nucleare o l’alleggerimento dell’arsenale militare non sono in discussione.

La Corea del Nord? Non è il Venezuela
Kim ha voluto dunque mandare una serie di messaggi. Il primo, ovviamente rivolto a Usa e Giappone, è che la Corea del Nord ha a disposizione armi sempre più temibili e che è pronta a usarle in caso di necessità.
Se questa lettura non è certo una novità, a essere inedito è l’implicito avvertimento inoltrato alla Cina: Pechino eviti di stringere legami più stretti con la Corea del Sud nonché di avvalorare la tesi della denuclearizzazione della penisola coreana. Il terzo messaggio è rivolto alla comunità internazionale: la Corea del Nord non è e non sarà il prossimo Venezuela (o Iran).
In ogni caso, come ha spiegato The Diplomat, Pyongyang è rimasta in silenzio per le prime 24 ore dopo la rimozione di Maduro. Mentre altri governi rilasciavano comunicati stampa, il governo nordcoreano non ha parlato fino alle ore piccole del 4 gennaio, quando ha diramato una dichiarazione moderata e di basso livello, attribuita a un portavoce del Ministero degli Esteri (di cui non è stato reso noto il nome).
Questo indica che Kim potrebbe essersi preso del tempo per valutare la situazione e, soprattutto, per capire come avrebbero reagito Pechino e Mosca. Non è dunque da escludere che la Corea del Nord possa adesso irrigidire la propria posizione astenendosi da ogni diplomazia con l’amministrazione Trump.


