Salvare la faccia prima che sia troppo tardi. Sembra essere questo l’imperativo dell’Occidente (e dell’Arabia Saudita) dopo le ammissioni di Riad sull’affaire Khashoggi. Dalla corte saudita sono arrivate delle confessioni evidentemente pilotate. Lo scopo è chiaro, fare in modo che un domani, quando la tempesta finirà di abbattersi sul Medio Oriente, ci sarà ancora qualcuno disposto a sedersi al tavolo con un re saudita senza incorrere nelle pesanti critiche dell’opinione pubblica interna e internazionale.
Le mosse saudite
L’omicidio del giornalista è stato confermato dalla tv di Stato saudita 18 giorni dopo la sua scomparsa. Nelle stesse ore e nei giorni precedenti, la capitale del regno wahabita è stata teatro di una raffica di denunce, arresti e rimozioni dei vertici dell’intelligence saudita. Fra questi, spiccano quelli di Ahmed al Asiri, vice capo dei servizi segreti, e di Saud al-Qahtani, una delle persone più vicine alla famiglia reale. Tutto ordinato, secondo le informazioni, dal principe Mohammed bin Salman, che quasi tutti accusano di essere il mandante dell’omicidio del giornalista.
Ma la realtà appare un’altra. Quest’ondata di arresti non è quella di un principe deciso a stanare i colpevoli di un omicidio, ma appare l’inevitabile presa di posizione di un regime che sa che questa volta è stata superata una linea rossa.
La Turchia ha in mano informazioni, immagini e audio che possono far crollare l’immagine di un uomo su cui il mondo occidentale e Israele hanno puntato tutto. E adesso, l’erede al trono saudita, con questo crimine, si è macchiato di una colpa che sembra difficile da cancellare. Da qui le purghe di Mbs, pensate soprattutto per far vedere di essere vittima e non complice di un sistema criminale che ha voluto la morte di Khashoggi. Una bufera di arresti che serve anche a Donald Trump e agli altri dell’Occidente come garanzia, di fronte al mondo, che il regno saudita sia pulito rispetto a presunti servizi deviati che hanno agito senza ricevere ordini da Riad (questa è la versione semi-ufficiale).
Le mosse della Germania
Da qui, le clamorose (quanto ipocrite) decisioni dei governi occidentali, in particolare di quello della Germania, di interrompere la vendita di armi all’Arabia Saudita. L’omicidio di Khashoggi è un fatto gravissimo. Ma possibile che i governi europei non fossero a conoscenza delle dinamiche dei servizi sauditi e dell’assenza di un codice particolarmente rigido nella monarchia wahabita nei confronti dei dissidenti? La domanda appare abbastanza evidente. Ed è poi così concreto l’annuncio dato da Berlino sulle armi a Riad?
Il ministro dell’Economia tedesco, Peter Altmaier, ha chiesto a tutti i governi europei di sospendere ogni nuovo contratto per la vendita di armi ai sauditi finché Riad non avrà fatto luce sulla morte del giornalista. “Solo se tutti i Paesi europei si mettono d’accordo, questo impressionerà il governo di Riad”, ha affermato Altmaier alla Zdf. Secondo il ministro, le spiegazioni date da Riad, fino a questo momento, non sono ritenute “soddisfacenti”. “Non c’è nessun effetto positivo se restiamo gli unici a fermare le esportazioni e allo stesso tempo altri Paesi colmano il vuoto”, ha dichiarato il titolare dell’Economia.
Fino a questi sembra tutto chiaro. Tuttavia, questa improvvisa folgorazione sulla via di Damasco da parte di Angela Merkel ha un “ma” particolarmente interessante. I contratti per la vendita di armi da sospendere sono infatti solo quelli futuri: non quelli già avvenuti o in corso e approvati nei mesi precedenti. Se si pensa che la Germania, soltanto fra gennaio e settembre del 2018, ha autorizzato esportazioni di armi per 416,4 milioni di euro, si capisce quindi dove vada a puntare Berlino.
E da questa decisione, si riesce a capire forse in maniera anche più profonda quanto possa essere in realtà difficile pensare a una vera e propria rivoluzione nei rapporti fra l’Arabia Saudita e il mondo occidentale. La casa reale ha molte armi da utilizzare. E anche se non scatenerà mai alcuna crisi petrolifera, come paventato da più parti in caso di sanzioni nei suoi confronti, i legami con l’Occidente e l’interesse nel fermare l’Iran sono più importanti anche di un brutale omicidio. La chiamano realpolitik: ma la speranza è che questa sia una lezione per chi si innamora, troppo facilmente, di leader considerati “rivoluzionari”.