All’indomani della sua elezione a presidente, Donald Trump ha assunto verso la Repubblica Islamica del Pakistan un atteggiamento decisamente più risoluto rispetto a quello dei suoi predecessori Bill Clinton, George W. Bush Jr. e Barack Obama.

Nonostante i dubbi sulle relazioni tra il governo e i servizi segreti pakistani da un lato e Osama bin Laden e diversi gruppi estremisti islamici dall’altro, nel 2016 Barack Obama, che pure ha evitato di visitare il Pakistan nei suoi due viaggi in Asia meridionale, ha infatti concesso al Pakistan aiuti per 860 milioni di dollari. Trump, al contrario, nei primi mesi della sua presidenza, ha pubblicamente accusato il Pakistan di non contribuire sufficientemente al processo di pace in Afghanistan e di ospitare sul suo territorio gruppi estremisti islamici. Quest’ultima accusa, in particolare, aveva già causato in passato altre rotture tra gli Stati Uniti e il Pakistan, nonostante i ripetuti episodi di cooperazione quali la partecipazione del Pakistan nella Seato (1954-1972) e la mediazione del Pakistan tra gli Stati Uniti di Nixon e la Repubblica Popolare Cinese durante la Guerra Fredda, in preparazione alla visita di Nixon in Cina del 1972.

Gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 e la Guerra in Afghanistan iniziata nello stesso anno e tuttora in corso avevano tuttavia portato i due paesi ad instaurare una stretta cooperazione per riportare la stabilità nel paese, che confina a oriente con lo stesso Pakistan. Trump ha invece deciso di agire energicamente in un momento critico per il Pakistan e per il suo primo ministro, Imran Khan. Il paese si trova infatti in una difficile situazione dal punto di vista economico e politico a causa di un significativo rallentamento della crescita con un conseguente calo di consenso interno e a causa della ripresa dell’offensiva talebana in Afghanistan in seguito al ritiro della maggior parte delle truppe americane e Nato nel 2014.

La visita di Khan

Il 22 luglio 2019, Imran Khan si è recato in visita a Washington, dove ha incontrato, tra gli altri, il Presidente Trump, il Segretario di Stato Mike Pompeo, Nancy Pelosi, speaker della Camera dei Rappresentanti, e i vertici del Pentagono. Non si è trattato di una semplice visita di cortesia, ma della prima mossa da parte di Khan per tentare di migliorare le relazioni bilaterali tra il suo paese e gli Stati Uniti, significativamente peggiorate, come abbiamo visto, in seguito all’elezione di Trump nel 2017. Secondo molti osservatori, tra cui Michael Kugelman del Wilson Center, la priorità di Khan sarebbe far riprendere la crescita economica anche grazie al sostegno statunitense. Il Pakistan ha infatti significativamente aumentato la sua esposizione debitoria verso Cina e Arabia Saudita e ha richiesto, ottenendolo, un prestito di circa 6 miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale.

L’annunciata visita di Trump

Trump si è dimostrato soddisfatto dell’incontro con Khan, giudicando positivamente lodando gli sforzi del Pakistan nel portare i talebani al tavolo della trattative che si stanno svolgendo a Doha, in Qatar. Il Presidente americano avrebbe persino lodato i media pakistani, dichiarando di preferire i giornalisti pakistani a quelli americani. Tutto ciò dopo aver aspramente criticato il Pakistan e la sua leadership e dopo aver ridotto gli aiuti economici americani. Trump ha più volte sorpreso l’opinione pubblica internazionale e i professionisti di politica e diplomazia col suo stile non proprio “canonico” e con dei repentini cambi di opinione e di strategia. Questo nuovo colpo di scena non è senza ragione: se, come afferma ancora Kugelman, Trump non ha a cuore la situazione economica del Pakistan, egli ha invece un forte interesse nella conclusione della guerra in Afghanistan, una delle sue più importanti promesse elettorali.

Per mettere fine al conflitto, Trump ha bisogno della mediazione del Pakistan e soprattutto necessita che il Pakistan cessi di sostenere alcuni gruppi di estremisti islamici che trovano all’interno del suo territorio un rifugio sicuro. Si spiega dunque la volontà di Trump di considerare la concessione di 1.3 miliardi dollari di aiuti per il Pakistan e una sua visita personale nella repubblica islamica, la prima visita di un Presidente americano da quella di George W. Bush Jr., nell’ormai lontano 2006. Obama non si è infatti mai recato in Pakistan, pur avendo visitato ben 2 volte sia l’Afghanistan che l’India, con grande preoccupazione di Islamabad.

Do ut des

La visita di Khan negli Stati Uniti e la prossima visita di Trump in Pakistan sono certamente un duplice successo per il premier pakistano Khan, bisognoso di dollari e di consenso interno, come anche sottolineato da Syed Hassan Akbar del Jinnah Institute di Islamabad. Inoltre Khan, a soli quattro giorni dalla sua visita a Washington, ha già ottenuto 125 milioni di dollari per fornire supporto tecnico ai suoi F-16. Trump, per il momento, guadagna solo ulteriori promesse da parte del Pakistan nella speranza di sbloccare le trattative per l’Afghanistan e portare i talebani al cessate il fuoco, permettendo così l’agognato ritiro totale delle truppe americane ed occidentali. Ma anche il “successo” di Khan va ridimensionato: il Pakistan deve dimostrarsi un buon partner con risultati tangibili nelle trattative coi talebani. Questi ultimi non hanno però alcun interesse a trattare col governo afghano, per il momento escluso dalle trattative che si stanno svolgendo a Doha tra americani e talebani. Questo perché in seguito al ritiro della maggioranza delle forze americane dall’Afghanistan a fine 2014, la loro influenza non ha fatto altro che crescere, a spese del governo di Kabul, che si presenta dunque come un interlocutore debole.

Ostacoli insormontabili?

Le possibilità di Islamabad di garantire un cessate il fuoco in Afghanistan appaiono limitate. Inoltre, sembra improbabile che il Pakistan possa mettere fine ai suoi rapporti con alcuni gruppi estremisti islamici come la Rete Haqqani e Lashkar-e-Taiba. Tali gruppi sono infatti fondamentali per sostenere gli interessi pakistani non solo in Afghanistan, ma anche nel Kashmir, dove dal lontano 1947 infuria un conflitto tra India e Pakistan. Il supporto di questi gruppi appare tanto più necessario quanto più gli Stati Uniti si mostrano vicini all’India, rivale storico del Pakistan. La prospettiva di una visita di Trump in Pakistan preoccupa non a caso il gigante asiatico: secondo Manoj Joshi dell’Observer Research Foundation di Nuova Delhi, la precedente “ostilità” americana verso il Pakistan rafforzava la posizione internazionale indiana. Pochi giorni fa, il governo indiano, che è sempre stato avverso ad interventi esterni nel conflitto in Kashmir, ha comunicato che il premier indiano Narendra Modi non ha mai richiesto la mediazione di Trump nel conflitto, smentendo così quanto dichiarato dal Presidente americano. Resta inoltre il problema della tradizionale vicinanza tra Cina e Pakistan in funzione anti-indiana, altro ostacolo nella ripresa delle relazioni tra Islamabad e Washington, da tempo più vicina a Nuova Delhi.

Trump ha affermato, durante l’incontro con Khan, che gli basterebbe una sola settimana per mettere fine alla guerra in Afghanistan, ma che non vuole cancellare il paese dalla faccia della terra, suscitando tra l’altro la dura reazione dell’Iran e di funzionari del governo afghano. In realtà tal caso, il Presidente non potrà risolvere la questione con i soliti colpi di scena e dovrà dedicarvi ben più di una settimana e pianificare con molta attenzione la sua visita in Asia meridionale. Nel frattempo, le elezioni del 2020 sono sempre più vicine e la politica internazionale ha più volte influenzato l’esito elettorale, rendendo necessario un successo in politica estera nel breve periodo. Successo che, però, salvo sorprese nella visita del Presidente in Pakistan, appare improbabile.