Un braccio di ferro sostenuto ai massimi livelli della segretezza che si è protratto per anni all’insaputa del mondo intero: da una parte il presidente americano John F. Kennedy, dall’altra il primo ministro israeliano David Ben-Gurion prima, e Levi Eshkol poi. Al centro della contesa il programma nucleare israeliano che forse, venne salvato soltanto da una fatalità. Per Kennedy, impegnato a combattere i sovietici in una delle fasi più calde della Guerra fredda, doveva essere applicato il massimo sforzo internazionale per la frenare la proliferazione nucleare e per non permettere a Israele – paese “assediato” da minacce nel mezzo del Medio Oriente – di produrre armi nucleari. Per gli israeliani, era prioritario portare avanti il programma Dimona e dotarsi di quelle armi di distruzione di massa che avrebbero portato nelle mani dello Stato Ebraico il potere della deterrenza nucleare.

Dopo oltre cinquant’anni, documenti desecretati rivelano i toni estremamente tesi del confronto e il duro confronto che ad un anno dalla crisi dei missili cubani, e in piena crisi del Laos, vedevano contrapposti Stati Uniti d’America e Israele. La tenacia del giovane Jfk e la risolutezza del primo e più amato leader dello Stato ebraico David Ben-Gurion. I numerosi momenti di completo stallo nelle relazioni tra i due stati alleati, e la verità accessibile soltanto ad un nucleo estremamente ristretto di politici, consulenti scientifici e vertici militari dell’intelligence, che da un capo all’altro dell’Oceano si scambiavano dossier, informazioni incomplete e ultimatum , e paventavano una rottura dei rapporti bilaterali che avrebbe compromesso non solo il programma, ma forse l’esistenza stessa dello Stato di Israele.

“Kennedy voleva impedire a tutti i costi che Israele avesse una bomba atomica”, riporta il giornale israeliano Haaretz . “C’era addirittura un funzionario anziano, l’ex comandante della forza aerea israeliana, generale Dan Tolkowsky, che nutriva seriamente il timore che Kennedy potesse inviare truppe aviotrasportate americane a Dimona” – la città che accoglieva la struttura del programma nucleare con il suo reattore e il plutonio 239 nel cuore del deserto del Negev – per fermare definitivamente il progetto supervisionato dalla Francia .

I rischi strategici del programma israeliano

La posta in gioco era altissima, e la risolutezza israeliana massima. La presenza di armi nucleari nell’arsenale di Tel Aviv avrebbe sventato le maggiori minacce che provenivano dai suoi nemici nella regione. Ma Kennedy era estremamente determinato a fermare il progetto e non innalzare la tensione in Medio Oriente. Se il sito nucleare e ciò che vi avveniva dentro fosse stato scoperto da Egitto, Siria, o un qualsiasi nemico dello Stato Ebraico del mondo vicino all’Unione Sovietica, Mosca avrebbe scoperto tutto aprendo a chissà quali scenari. Nonostante il governo israeliano avesse dichiarato che il reattore nucleare di Dimona sarebbe stato destinato ad uso “pacifico”, un dossier consegnato dalla Cia alla Casa Bianca già nel 1958 parlava chiaro: “la produzione di plutonio per le armi è almeno uno degli scopi principali di questo progetto” aggiungendo che “se il mondo arabo venisse a conoscenza che Israele sta acquisendo capacità di armi nucleari” la colpa sarebbe stata  associata agli Stati Uniti e alla Francia, alleato fidato degli Usa.

Secondo le informazioni in possesso degli americani già nel 1961, il rettore di Dimona sarebbe stato in grado di produrre “90 chilogrammi di plutonio per armi nel 1963″, “abbastanza per 10-15 armi nucleari” secondo gli analisti. Questa stima venne poi riconsiderata, riducendo il tutto alla capacità di produrre 1 o 2 armi nucleari l’anno.

Una serie di “ispezioni” vennero condotte dagli americani, non riuscendo tuttavia a trovare le prove che cercavano per “costringere” Israele a bloccare il progetto. Tutte tra il 1961 e il 1963. Fu allora che Israele in una serie di confronti diplomatici attuò una tattica di “rallentamento”, precludendo agli ispettori americani la possibilità di visitare nuovamente il sito e proseguendo a pieno regime il programma. Il primo ministro israeliano Ben-Gurion decise di evitare lo scontro diretto con gli Stati Uniti che cercavano delle risposte risolutive, eludendo la questione sul nucleare e tentando di persuadere Kennedy riguardo la difficile situazione della sicurezza che Israele doveva sostenere. L’accordo firmato nell’aprile 1963 da Egitto, Siria e Iraq per proclamazione della Federazione araba, chiedendo l’unione militare per la “liberazione della Palestina” diede a Ben-Gurion l’occasione adeguata a distogliere l’attenzione su Dimona, per concentrarla sulla minaccia cui era sottoposto il giovane Stato ebraico. Paventando addirittura lo spettro di “un altro Olocausto” e paragonando il presidente egiziano El-Nasser ad un potenziale Hitler.

Il passaggio di consegne

Kennedy, consigliato dal suo staff particolare, incalzò il premier israeliano assicurandogli:”stiamo osservando attentamente gli attuali sviluppi nel mondo arabo”, ritenendo che il pericolo associato alla proclamazione della Federazione araba era stato “esagerato”, e insistendo sul ricevere le risposte che cercava riguardo la reale entità del programma nucleare di Dimona. In una delle ultime lettere inviate al premier israeliano – che prendevano la piega di un ultimatum – Kennedy metteva in guardia Ben-Gurion avvertendolo che se il governo degli Stati Uniti non fosse riuscito a ottenere “informazioni attendibili” sullo stato del progetto Dimona, “l’impegno e il sostegno di Israele” da parte di Washington potrebbero essere “seriamente compromessi”. La lettera tuttavia raggiunse un premier israeliano che aveva appena annunciato le dimissioni, lasciando tutto nelle mani del suo successore, il primo ministro Levi Eshkol. Un premier che si sarebbe rivelato altrettanto risoluto nel proseguire il programma nucleare, quanto dubbioso riguardo il passo indietro minacciato da Washington riguardo la difesa di Israele. 

Eshkol di fatti aggirò le richieste avanzate da Kennedy che miravano ad una visita immediata, acconsentendo a delle “visite regolari” da parte dagli scienziati statunitensi pianificate secondo un programma di ispezioni biennali. Nonostante non fosse ciò che sperava, il presidente americano accettò questo lieve passo avanti senza poter venire a conoscenza di cosa accadeva davvero a Dimona: la prima delle ispezioni accordate era stata programmata per la metà di gennaio 1964; due mesi dopo che venisse assassinato a Dallas. Questa fatalità portò l’analisi del rischio e quella della prospettiva di una prolificazione nucleare in Medio Oriente all’attenzione del suo successore, il vice-presidente Lyndon B. Johnson.

Se gli Stati Uniti fossero stati veramente determinati a sospendere il loro “impegno e sostegno per il benessere di Israele” come Kennedy minacciava resta un segreto e un dubbio della storia, come rimase segreto che in verità il reattore di Dimona era già attivo nell’estate del 1963, tenendo nascosti agli ispettori americani alcuni edifici che non vennero “ispezionati” adeguatamente. La risolutezza di entrambi i leader politici nel raggiungere i proprio obiettivi, strettamente collegata all’intenzione di entrambi di non voler compromettere la relazione bilaterale, ha prorogato la scelta di Kennedy – che nonostante fosse inamovibile non poté portare a termine la sua crociata sulla non proliferazione. La linea politica del presidente americano, come ricordo gli storici israeliani, era strettamente legata alla necessità di creare un precedente: se gli Usa non fossero stati capaci di fermare Israele loro alleato nella corsa al nucleare, come avrebbero potuto fermare l’India, che nutriva lo stesso interesse nel portare avanti un programma nucleare? 

In ogni caso la storia volle che il presidente Lyndon B. Johnson non sollevò mai la questione con Eshkol, non manifestando mai l’insistenza del suo predecessore, e spostando i focus sulla Guerra del Vietnam e altre questioni che riguardavano più da vicino gli Stati Uniti e il blocco occidentale. Fu proprio questo cambio di passo, legato alla cruenta fatalità che segnò il destino di John F. Kenndy, a salvare il programma nucleare Dimona e rendere lo Stato Ebraico una potenza nucleare.

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