Keir Starmer nuovo Tony Blair? Speriamo di no. Perlomeno non per l’impatto – compromettente – sulla politica globale. Il neo-primo ministro, che ha portato il Partito Laburista britannico al potere per la prima volta dal 2010 e alla prima vittoria elettorale dal 2005, è stato più volte accostato alla figura del 71enne leader del New Labour che conquisto il partito alla visione apertamente pro-globalizzazione e neoliberale propria del riformismo progressista Anni Novanta. Tanto da esser definito dallo storico dell’economia Adam Tooze come un leader la cui agenda economica agì come un “piede di porco” per “promuovere la deregolamentazione finanziaria in tutto il mondo” fino al 2008. Inoltre Blair, in campo di politica globale, aprì a uno stretto coordinamento col progetto unipolare del “Nuovo Secolo Americano”, segnato dall’interventismo militare di fine Anni Novanta e primi Duemila.
Blair, a Downing Street dal 1997 al 2007, vincitore di tre elezioni alla guida del Partito Laburista, tutt’ora pontifica in giro per il mondo di buona politica ed equilibrio delle classi dirigenti. Ma da primo ministro britannico ha fatto tutt’altro. La grande macchia sulla sua premiership resta la disastrosa condotta nelle guerre di Afghanistan e, soprattutto, Iraq a cui il primo ministro diede l’esplicito consenso del Regno Unito sostenendo il presidente Usa George W. Bush nel suo interventismo.
E in tempi di fratture della globalizzazione, di rivalità strategiche tra potenze e di destabilizzazione mondiale non possiamo non dimenticare che buona parte delle tensioni tra l’Occidente e il resto del mondo nascono per il ricordo della sbornia interventista e di manipolazione dell’ordine globale condotta dagli Usa e dai loro alleati in Jugoslavia (1999), Afghanistan (2001) e Iraq (2003). Tre conflitti a cui Tony Blair diede il suo entusiastico appoggio.
Nel 2016 il rapporto dell’inchiesta pubblica condotta nel Regno Unito dal diplomatico John Chilcot, a capo della commissione istituita nel 2009 dal primo ministro Gordon Brown, ha fatto brandelli delle motivazioni addotte nel 2003 da Blair, a fianco di Bush, per l’invasione dell’Iraq.
Sette anni di ricerche produssero un report di 2,6 milioni di parole, più lungo dell’opera omnia di William Shakespeare, fornito gratuitamente a coloro che avevano perso un famigliare nella guerra d’Iraq. Si demoliva il mito delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, si criticava il danno arrecato alle Nazioni Unite e al ruolo del Consiglio di Sicurezza dal solipsismo di Blair e Bush, si attaccò Blair per aver presentato come dati inoppugnabili i dati dell’intelligence britannica che si limitavano a sospetti generici sulla condotta del regime di Saddam Hussein. Insomma, si contestava la narrativa del regime change e della necessità esplicita di rimuovere dal potere Saddam, terremotando l’Iraq, come minaccia alla sicurezza nazionale.
Si parlava del fatto che l’azione militare britannica nell’area di Bassora, nonostante la guerra fosse pensata oltre un anno prima dell’invasione, nel 2002, era stata condizionata da deficienze organizzative, che il Regno Unito, come gli Usa, non avesse un piano per il dopoguerra, del resto caratterizzato da un lungo decennio di caos che portò poi all’ascesa dello Stato Islamico. Per il resto, bastano le rivelazioni di Julian Assange a ricordare cosa fu la guerra in Iraq, anche in termini di eccessi contro i civili. L’arcivescovo di Città del Capo ed eroe anti-apartheid Desmond Tutu, l’autore di piece teatrali e Premio Nobel per la Letteratura Harold Pinter e la scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy sono stati alcuni dei volti più noti a livello internazionale a chiedere un processo a Tony Blair per crimini di guerra legati alla preparazione dell’Iraq.
Come scriveva nel 2016 su Famiglia Cristiana Fulvio Scaglione, Blair nonostante tutto è rimasto attivo sulla scena. E questo non ne ha fatto sbiadire il ricordo: “Bush ha avuto il buon senso di sparire nel suo ranch in Texas , dove può con profitto osservare la vita delle mucche. Ma Blair no. Blair ha avuto l’impudenza, in questi anni, di accettare l’incarico di mediatore per la pace tra israeliani e palestinesi per conto del Quartetto formato da Usa, Russia, Onu e Unione Europea. Uno dei grandi distruttori del Medio Oriente impegnato a pacificare il Medio Oriente: ci stupisce che non si arrivi a nulla?” Ma non solo, ricordava Scaglione: “Blair si è arricchito con anni e anni di lucrosissime conferenze con cui, in giro per il mondo, ha spiegato come si fa la pace e si dialoga con il mondo islamico”. Ci stupiamo che il Guardian, la testata storicamente più vicino al Labour, abbia scritto che Blair, con l’Iraq, abbia “avvelenato il pozzo della fiducia nella politica britannica”? Niente affatto. Ma per Starmer, Blair oggi è un dispensatore di utili consigli e, dixit nel 2021, il Labour “deve andare fiero” della sua eredità. Chi ben comincia…