Ai primordi del 2021, apprendendo la notizia dell’abolizione della pena capitale in Kazakistan, avevamo tentato una previsione e proposto un’interpretazione, concernenti rispettivamente la prosecuzione dell’anno e il significato dell’evento. L’entrata di Nur-Sultan nel club delle nazioni contrarie alla pena di morte, spiegavamo, sarebbe stata da inquadrare nel contesto più ampio del parziale incamminamento verso l’Occidente e avrebbe potuto preludiare ad una stagione di intenso riformismo nei campi della democratizzazione, dei diritti umani e del potenziamento delle capacità politiche della società civile.

Gli eventi successivi a quel fatidico 2 gennaio, giorno della ratifica del Secondo protocollo opzionale della convenzione internazionale sui diritti civili e politici, hanno dato ragione al pronostico, in particolare l’implementazione del piano d’azione per il miglioramento delle condizioni di vita dei bambini e l’adozione di un maxi-pacchetto di riforme in materia di pluralismo politico, poteri della società civile e democratizzazione.

Le ragioni alla base dell’elevata propensione al riformismo della presidenza Tokayev, oltre ad essere legate ad esigenze internazionali (immagine) e squisitamente elettorali (legittimità e popolarità), possiedono anche una valenza simbolica. Perché il 2021 non è un anno come gli altri, questo è l’anno del trentesimo anniversario dell’indipendenza: un appuntamento da commemorare e immortalare ad perpetuam per la posterità a mezzo di grandi eventi, riforme incisive e nuove leggi. L’ultima volontà della presidenza Tokayev, in materia di ampliamento e tutela dei diritti, è divenuta legge il 10 giugno.

Le misure del 10 giugno

Nella giornata del 10 giugno il presidente kazako, Kassym-Jomart Tokayev, ha firmato un decreto avente come destinatario l’esecutivo e come oggetto i diritti umani. Il decreto, intitolato “Sulle ulteriori misure della Repubblica del Kazakistan nel campo dei diritti umani”, è stato firmato con l’obiettivo di spronare i membri del governo a prioritizzare l’approvazione di un piano d’azione inerente ai diritti umani e ai diritti fondamentali del cittadino.

Il piano d’azione, similmente all’abolizione della pena di morte, sembra essere stato concepito con l’anelito di inviare un messaggio alla comunità internazionale, più nello specifico all’Occidente, circa le intenzioni presenti e future del Kazakistan. Perché le misure, cioè le leggi, che i decisori politici saranno chiamati a studiare (ed implementare) su ordine del presidente riguardano, tra le altre cose, l’ampliamento delle libertà di espressione e di associazione, la maggiore tutela dei cittadini con disabilità, l’eliminazione della discriminazione contro le donne, la protezione delle vittime di traffico di esseri umani, una più stretta interazione con le organizzazioni nongovernative, la riforma del sistema di giustizia in direzione della prevenzione della tortura e dei maltrattamenti e, ultimo ma non meno importante, “il miglioramento dei meccanismi di interazione con i corpi delle Nazioni Unite e con le procedure speciali del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite”.

Guidata dall’aspettativa di sveltire il processo e le pratiche di formulazione, approvazione e trasposizione del piano d’azione, la presidenza Tokayev ha preannunciato che monitorerà l’implementazione del decreto attraverso il proprio Ufficio e che il governo dovrà inoltrare al suddetto un rapporto sullo stato di avanzamento dei lavori a cadenza annuale.

I diritti umani al centro dell’agenda Tokayev

Il decreto di giugno nasce nell’alveo di quel paragrafo dell’agenda della presidenza Tokayev dedicato alla trasformazione del Kazakistan in senso maggiormente democratico. Preceduto da notevoli riforme, quali ad esempio il maxi-pacchetto dello scorso 25 maggio, ed eventi come l’irrobustimento dell’Ufficio del commissario per i diritti umani, il decreto è stato firmato a quattro mesi di distanza dal quinto vertice del Consiglio nazionale per la fiducia pubblica, durante il quale il presidente aveva proposto ai partecipanti di studiare delle misure per migliorare le condizioni di vita dei detenuti e rafforzare la già relativamente buona posizione delle donne nelle società, nell’economia e nella politica.

A fare da sfondo al decreto e al moto riformista dell’ultimo triennio, entrambi eloquenti ed indicativi dell’importanza giocata dalla partita per la democratizzazione per la presidenza Tokayev, si aggiungono i lavori per l’aggiornamento della legislazione nazionale in materia di tortura. Attualmente in corso, ed avviati all’indomani del discorso alla nazione dello scorso settembre, i cantieri dovrebbero condurre il Kazakistan, prossimamente, ad adeguarsi alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e ad aderire al Protocollo opzionale della Convenzione sui diritti dell’infanzia.

Il ritmo che sta contraddistinguendo l’agenda Tokayev per i diritti umani sembra suggerire che, terminato il 2021, la nazione non avrà soltanto un anno in più, ma avrà anche scalato diverse posizioni nel campo dei diritti umani – per la contentezza di tutti: classe dirigente, società civile e partner occidentali. E non è da trascurare che l’onda d’urto della crescente democratizzazione di Nur-Sultan, lungi dal rimanere circoscritta e limitata a livello nazionale, possa essere sentita (e innescare comportamenti emulativi) anche nel resto dell’Asia postsovietica, in particolare a Tashkent.

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