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L’Asia centrale è uno dei principali teatri della competizione tra grandi potenze e la pandemia di Covid19 lo ha (ri-)confermato. Qui, centro dell’Eurasia e cuore della Terra, ha avuto luogo una belluina battaglia degli aiuti umanitari – combattuta a colpi di mascherine, strumentazione ospedaliera, medici volontari e tonnellate di cibo – che ha coinvolto primariamente Russia, Cina, Turchia, Stati Uniti e India.

Le reazioni degli -stan sono state differenti a seconda del potere, della ricchezza e degli strumenti detenuti: i più deboli, come Turkmenistan e Kirghizistan, sono stati dei semplici spettatori, ovviamente appagati dal supporto ricevuto, mentre i più influenti, ovvero Kazakistan e Uzbekistan, hanno osservato e partecipato simultaneamente.

Il primo tempo all’insegna della concertazione

Kazakistan e Uzbekistan non hanno subito passivamente la diplomazia degli aiuti umanitari e sanitari delle grandi potenze, in particolare di Russia, Cina, Turchia e Stati Uniti, al contrario hanno protagonizzato la scena regionale sviluppando dei propri piani d’azione, portati avanti congiuntamente, indipendentemente e/o nell’ambito di Unione Economica Eurasiatica (UEE) e/o Consiglio Turco.

La dirigenza kazaka ha mostrato proattività e dinamismo propositivo sia in sede di Uee che di Consiglio Turco, nel primo caso coordinandosi con il Cremlino per migliorare la capacità di pronto intervento dell’organizzazione sovranazionale e nel secondo caso collaborando con Ankara per il medesimo fine. Nur-Sultan, in sintesi, ha voluto provare agli stati fondatori dei due progetti d’integrazione che aspira ad un ruolo maggiore nella scacchiera: non un pedone,  quantomeno un alfiere.

I fatti corroborano questa visione: il Kazakistan, e in parte minore l’Uzbekistan, ha supportato attivamente la diplomazia degli aiuti sanitari della Russia in Asia centrale e nello spazio postcomunista, inviando tonnellate di cibo e beni medici sia nell’area Uee che in Moldavia, Serbia Bielorussia.

Nel contesto del Consiglio Turco, invece, il Kazakistan ha fornito assistenza sanitaria ed umanitaria a Kirghizistan e Tagikistan, i quali hanno anche ricevuto degli ingenti carichi di cibo – risaltano, a questo proposito, le cinque tonnellate di farina spedite lo scorso aprile a ciascuno dei due Paesi –, e ha guidato l’evacuazione dei cittadini kirghisi da Cina e India, rimpatriati su voli organizzati dal governo.

L’Uzbekistan, che ha agito di concerto con il Kazakistan a livello di Consiglio Turco, ha terminato il primo tempo della competizione diplomatica sui generis con un titolo encomiabile: primo e principale donatore dell’Asia centrale, ivi incluso il geostrategico Afghanistan. Tashkent, inoltre, ha dimostrato una certa affezione anche nei confronti dell’ideale turanico avendo inviato aiuti umanitari anche a Budapest.

Infografica di Alberto Bellotto

Il momento del vaccino

La simbiosi kazako-uzbeka non è venuta meno durante il secondo e ultimo tempo della partita, dove il focus si è spostato dagli aiuti sanitari alla vaccinazione. Tashkent, dopo aver ricevuto dei campioni di Sputnik V da analizzare lo scorso dicembre, ha comunicato in data 11 febbraio di essere pronta a lanciare una produzione in loco del medesimo e dell’EpiVacCorona. Nur-Sultan, allo stesso modo, pianifica di fabbricare due milioni di dosi di Sputnik V entro giugno nel Complesso farmaceutico di Karaganda – la produzione dovrebbe iniziare a metà mese, il 15.

Kazakistan e Uzbekistan hanno dimostrato consonanza di visione anche nella scelta del vaccino optando per la finalizzazione di accordi di approvvigionamento con i principali produttori, inclusi Pfizer e AstraZeneca, ma prioritizzando la scoperta dell’Istituto Gamaleya.

È lo Sputnik V, in effetti, che sta venendo inoculato a Nur-Sultan, dove la campagna di vaccinazione massiva è iniziata il primo febbraio e che prossimamente vedrà l’ingresso nel mercato di una produzione nazionale, il QazCovid-In, e che verrà utilizzato a Tashkent, dove la vaccinazione di massa verrà inaugurata a marzo e la procedura di registrazione del vaccino russo è stata avviata l’11 febbraio.

Sarebbe errato, però, veicolare l’idea che l’approccio degli -stan alla competizione sanitaria sia stato perfettamente identico e caratterizzato dalla concertazione tout court. Il Kazakistan, invero, ha mostrato maggiore scetticismo nei confronti della Cina, sia in termini di aiuti umanitari che di produzioni farmaceutiche, mentre l’Uzbekistan ne ha accolto con più elevato fervore i carichi sanitari e si è prestato ad ospitare le sperimentazioni della casa farmaceutica Anhui Zhifei Longcom Biopharmaceutical, che ivi sta verificando l’efficacia di un potenziale vaccino.