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Politica

Karabakh, il difficile cammino verso la pace

A quasi due mesi di distanza dall’operazione militare dell’Azerbaigian che ha portato al capolinea l’epopea trentennale del separatismo armeno nel Karabakh, regione de jure sotto la sovranità di Baku ma de facto controllata dall’autogoverno dal regime separatista fino allo scorso...

A quasi due mesi di distanza dall’operazione militare dell’Azerbaigian che ha portato al capolinea l’epopea trentennale del separatismo armeno nel Karabakh, regione de jure sotto la sovranità di Baku ma de facto controllata dall’autogoverno dal regime separatista fino allo scorso settembre, nel Caucaso meridionale è in atto un difficile tentativo di reset.

Trent’anni di guerra tra Baku ed Erevan non sono semplici da dimenticare, le ferite sono ancora fresche, ma la posta in gioco è il futuro del Caucaso meridionale. Se regione bellicosa, attraversata da feroci conflitti identitari, o se pacifico crocevia di rotte commerciali transcontinentali.

Un fragile riavvio

La questione karabakha è finita. L’operazione militare di Baku ha condotto allo scioglimento dell’autogoverno dei separatisti armeni, mai ripresosi dalla seconda guerra del Karabakh, e la classe dirigente di Erevan, nonostante l’opinione contraria delle piazze, sembra aver abbandonato i vecchi amici separatisti.

Nei quasi due mesi che sono seguiti all’ultima propaggine della seconda guerra del Karabakh hanno avuto luogo progressi, regressi e sorprese. Il divario tra Armenia e Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva ha registrato un aumento, alimentato (anche) dall’avvicinamento della prima alla Francia, con cui ha siglato un accordo securitario, e all’Unione Europea, che ha in programma di espandere la propria missione di osservazione a Erevan. Il processo di normalizzazione Armenia-Azerbaigian prosegue, pur con evidenti difficoltà, sostenuto da Iran, Russia e Ue.

Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev avrebbero dovuto incontrarsi ai margini del vertice della Comunità Politica Europea, lo scorso ottobre, ma il bilaterale era stato annullato. Dopo la cancellazione di un altro faccia a faccia, previsto per lo stesso mese e coinvolgente Charles Michel, le negoziazioni mediate da Bruxelles hanno subito un arresto, che la Germania vorrebbe sbloccare, e altri attori si sono fatti avanti, come l’Iran.

Le questioni sul tavolo

Tehran ha ospitato un vertice multilaterale a fine ottobre, che ha visto la partecipazione dei ministri degli esteri di Armenia, Azerbaigian, Iran, Russia e Turchia, durante il quale sono stati discussi gli ultimi fascicoli che dividono i due paesi, come la (ri)delimitazione dei confini. Un altro incontro, dello stesso formato, dovrebbe avere luogo ad Ankara nel 2024.

La Georgia è un altro paese verso cui l’Azerbaigian ha dimostrato interesse. A inizio ottobre, infatti, dal palcoscenico di Tbilisi, il presidente azerbaigiano e il premier georgiano hanno spiegato che la Georgia potrebbe essere la sede ideale per futuri bilaterali o trilaterali focalizzati sul processo di pace del post-Karabakh.

Le incomprensioni tra Baku e Bruxelles sulla questione armeno-azerbaigiana, che difficilmente sfoceranno in una crisi per via della solidità del loro partenariato strategico ed energetico, nei mesi a venire potrebbero spingere la prima a cercare la risoluzione delle ultime controversie con Erevan per mezzo di formati regionali, dando secondaria importanza alla piattaforma per il dialogo facilitato offerta dall’Ue. Se le parti dovessero trovare un accordo definitivo, su confini ed eventuali scambi territoriali, l’ombra di un nuovo conflitto verrebbe allontanata e per il Caucaso meridionale potrebbe finalmente iniziare una nuova epoca.

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