Cosa poteva fare il candidato democratico alle prossime elezioni presidenziali Joe Biden per massimizzare il consenso delle manifestazioni antirazziste di Black Lives Matter? La scelta più scontata e al contempo naturale del mondo: scegliere come vice la senatrice della California Kamala Harris, prima donna afroamericana candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Scelta prevedibile che permette a Biden di strizzare l’occhio all’ala più “liberal” del Partito democratico, anche se – e questo è un grosso rischio – proviene da uno stato ultra-progressista come la California tradizionalmente “non in bilico” (swing states) che, senza troppe sorprese, voterà in massa per Joe Biden a novembre. C’è però il dubbio che Kamala Harris non sia stata scelta per la sua competenza o popolarità: non si può infatti dimenticare la sua fallimentare campagna alle recenti primarie dem che ha costretto la senatrice a ritirare la propria candidatura presidenziale il 3 dicembre 2019.
La scelta obbligata di Joe Biden
“Siamo in una battaglia per l’anima di questa nazione. Ma è una battaglia che insieme possiamo vincere” ha twittato nelle scorse ore la neo-candidata alla vicepresidenza. Il dubbio, più che lecito, è che Kamala Harris sia stata scelta per una questione identitaria e razziale: altrimenti perché non optare per la ben più popolare e agguerrita Elizabeth Warren, se proprio si voleva puntare su una donna? Harris è nata a Oakland da madre indo-americana immigrata da Chennai e da padre di origine giamaicana: la risposta è proprio qui, nelle sue origini. Nulla da obiettare sul suo invidiabile curriculum, ma in questo caso è il colore della pelle ciò che conta di più ed è questo il motivo per il quale è stata scelta da Biden. Non la capacità, non i consensi: è andata esattamente come doveva andare, secondo gli schemi preconfezionati del politically correct. È la donna di colore di origini asiatiche da contrapporre al maschio bianco Donald Trump e ai conservatori, così come vuole la politica dell’identità. Il programma e tutto il resto vengono in secondo piano.
Cosa c’è da sapere su Kamala Harris
Dopotutto, per i dem il profilo di Kamala Harris è perfetto: è la prima donna di colore ad essere stata eletta procuratore distrettuale nella storia della California, la prima donna a diventare procuratore generale dello Stato, prima senatrice indiana-americana, e ora, la prima donna afroamericana a essere stata scelta come candidata vicepresidente. Come ricorda Politico, Kamala Devi Harris è nata a Oakland, in California, il 20 ottobre 1964, la maggiore di due figli nati da Shyamala Gopalan, un ricercatore indiano, e Donald Harris, economista proveniente dalla Giamaica. I suoi genitori si sono incontrati alla Berkeley mentre studiavano e si sono uniti alla passione condivisa per il movimento per i diritti civili, che era attivo nel campus.
Ha visitato l’India da bambina ed è stata fortemente influenzata dal nonno, un alto funzionario governativo che ha combattuto per l’indipendenza indiana, e dalla nonna, un’attivista che ha viaggiato per le campagne insegnando alle donne povere il controllo delle nascite. Harris ha frequentato la scuola media e la scuola superiore a Montreal dopo che sua madre ha ottenuto un lavoro come insegnante alla McGill University e una posizione come ricercatrice al Jewish General Hospital. Dopo il liceo, Kamala Harris ha frequentato la Howard University, dove si è laureata in scienze politiche ed economia, entrando a far parte della confraternita Alpha Kappa Alpha.
Nel 1994, Harris iniziò a frequentare Willie Brown, futuro sindaco di San Francisco, che la nominò nel California Unemployment Insurance Appeals Board e nella Medical Assistance Commission, facendole guadagnare circa 80.000 dollari l’anno in aggiunta allo stipendio di procuratore. Secondo alcuni critici, riporta Politico, come procuratore della California non avrebbe fatto abbastanza per affrontare la brutalità della polizia, soprattutto dopo che si è rifiutata di indagare sulle sparatorie della polizia su due uomini di colore nel 2014 e nel 2015. Inoltre, non ha sostenuto un disegno di legge del 2015 nell’assemblea statale che avrebbe richiesto al procuratore generale di nominare un procuratore speciale specializzato nell’uso della forza mortale da parte della polizia.
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