L’approccio rigido e ideologico dell’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, ha isolato l’Europa a livello diplomatico e non fa altro che prolungare le sofferenze del popolo ucraino. Lo sostiene, in un durissimo editoriale sul Telegraph che sta facendo molto discutere, Owen Matthews, che accusa l’ex premier estone di aver scelto la “purezza ideologica” al posto di un sano pragmatismo, con il risultato di alimentare proprio quella disunità occidentale che lei per prima aveva paventato come un regalo alla Russia. Risultato? Nelle trattative tra Stati Uniti e Russia sull’Ucraina, l’Europa si presenta come un attore marginale. “L’Europa non è al tavolo – scrive Matthews – anche mentre l’architettura di sicurezza futura del continente viene definita”. Una marginalizzazione pericolosa, frutto del sordo rifiuto di Bruxelles di confrontarsi con la realtà scomoda di parlare con i russi.
La propaganda fa i conti con la realtà
La retorica di Kallas è chiara: l’Ue sostiene “una pace giusta e duratura” – qualunque cosa voglia dire – e la sua politica è “rafforzare l’Ucraina e indebolire la Russia”. Suona bene, ammette l’editoriale del Telegraph, ma si scontra con una realtà nella quale rafforzare l’Ucraina richiede denaro, armi e, soprattutto, un costante afflusso di giovani ucraini disposti a continuare a combattere e a morire. E su tutti e tre i fronti, l’Europa sta venendo meno.
Il piano da 60 miliardi di euro per Kiev, nota sempre il Telegraph, è bloccato dalle resistenze e divisioni interne, guidate dall’Ungheria di Viktor Orbán ma sempre più condivise dai nuovi governi di destra in Slovacchia, Repubblica Ceca e Austria. Anche l’Italia di Giorgia Meloni, tradizionalmente filo-ucraina, ha rinviato un voto su un nuovo pacchetto di aiuti militari in attesa degli sviluppi diplomatici. L’idea alternativa di Kallas – un prestito da 140 miliardi garantito dagli asset russi congelati in Belgio – è stata bollata come illegale sia dalla Banca Centrale Europea che dal Fondo Monetario Internazionale. Intanto, il Primo Ministro belga Bart De Wever ha liquidato come “un’illusione completa” l’idea che la Russia possa essere sconfitta in Ucraina. In molte cancellerie europee si fa sempre più strada la convinzione che prolungare questa guerra non sia solo inutile ma anche costoso ed estremamente dannoso per il Vecchio Continente.
Il peso della storia e la provocazione della “balcanizzazione”
Matthews ricorda anche la miope lettura storica di Kallas, che ha più volte affermato come “la Russia abbia invaso almeno 19 paesi… nessuno dei quali ha mai invaso o attaccato la Russia”. Una visione che, ricorda l’editorialista, ignora deliberatamente l’invasione nazista del 1941, “la sorgente stessa della paranoia e dell’intransigenza che ancora oggi domina il pensiero strategico del Cremlino”.
Ancora più controproducente, per Matthews, è stata la proposta – avanzata da Kallas prima della sua nomina – di frammentare la Russia in Paesi più piccoli, alimentando così la narrazione del Cremlino su un “pericolo esistenziale” proveniente dall’Occidente.
Il risultato di questa linea dura è un’Europa divisa e irritante per i suoi alleati. Fonti della Casa Bianca avrebbero parlato con fastidio di una “estonizzazione” della politica estera europea. Ma la frustrazione più profonda viene dall’Ucraina stessa. Iuliia Mendel, ex portavoce di Zelensky, ha scritto con parole drammatiche: “Il mio Paese si sta dissanguando. Molti di quelli che si oppongono a ogni proposta di pace credono di difendere l’Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più chiara che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo sul fronte e dentro il Paese in questo momento”.
“Il tempo dell’ideologia è finito”, sentenzia l’editoriale. “A questo punto molti, forse la maggior parte, degli ucraini preferirebbero una pace ingiusta a una guerra per sempre”. Sono le medesime conclusioni a cui era giunto il Financial Times nei giorni scorsi.
La domanda che resta sospesa è se Kallas e i falchi europei capiranno questo messaggio o, per fini propagandistici e ideologici, proseguiranno nel sostenere una guerra che non si può vincere. Tanto sul fronte, a morire, ci vanno altri.
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