Kabul è ufficialmente caduta, catturata nottetempo dai talebani al termine di una fulminea ed inarrestabile avanzata, e l’Afghanistan si accinge a fare un salto indietro nel tempo: il tempo dell’Emirato del mullah Omar. Un salto nel passato che, non sorprendentemente, ha gettato le cancellerie occidentali nel panico e fatto piombare nella paura una parte consistente della popolazione afghana, che, dopo un ventennio di occupazione, adesso teme l’instaurazione di una teocrazia basata sull’applicazione coercitiva dei dettami della shari’a, della dottrina deobandi e delle leggi non scritte del codice pashtunwali.

Le immagini che giungono dall’Afghanistan, e da Kabul in particolare, costituiscono l’emblema in potenza della miopia degli strateghi e degli analisti occidentali, che mai hanno capito appieno il complesso teatro afghano e sempre hanno sottovalutato il fenomeno talebano, credendo ingenuamente nella possibilità di sradicarlo con un progetto di state- e nation-building esageratamente basato sull’impiego della forza ed inspiegabilmente privo dell’elemento, forse, più importante: la cultura.

E oggi, a vent’anni esatti dall’inizio dell’invasione dell’Afghanistan nel contesto della Guerra al Terrore (War on Terror) dell’amministrazione Bush, a causa di quell’improvvida e mal concepita strategia, l’Occidente si trova obbligato a chiedere una resa incondizionata a quello stesso Terrore che aveva giurato di debellare.

Non tutto è perduto, però, o meglio non tutto è come appare e sembra. Perché se è vero che per la Repubblica dell’Afghanistan e l’Europa è una sconfitta totale, per gli Stati Uniti non è altro che una ritirata strategica nel vero senso del termine. Una ritirata che ha richiesto un pesante tributo in termini di immagine – le foto e i video della fuga del personale americano da Kabul rappresenteranno, per molto tempo, il pane per la propaganda di talebani, jihadisti e giocatori antiamericani –, ma che è avvenuta all’interno di un contesto storico ben definito – la competizione tra grandi potenze – e per ragioni altrettanto precise – la speranza-aspettativa che la “maledizione del Cimitero degli Imperi” ricada sulla triade Cina-Russia-Iran e l’imperativo di dedicare maggiori forze e risorse al fronte Indo-Pacifico.

Come evolve la presenza Usa

Il personale statunitense è stato evacuato, i cieli afghani sono stati quasi interamente chiusi al traffico aereo e i confini terrestri sono stati sigillati dai talebani: l’Afghanistan, in breve, è sotto il controllo (quasi totale) degli studiosi del Corano. È in errore chi crede, però, che il Grande Gioco 2.0 si sia concluso il 15 agosto: quel giorno, all’opposto, ha avuto inizio la scrittura di un nuovo capitolo.

La prima pagina è stata scritta nell’immediato post-caduta di Kabul, cioè il 16 agosto, quando Teheran ha ospitato un importante vertice sino-iraniano organizzato allo scopo di far progredire le relazioni bilaterali. Ed un luogo in cui le due nazioni potrebbero saldare ulteriormente il loro partenariato è proprio l’Afghanistan, quella terra indomabile che a Pechino serve per corredare di un complemento terrestre la “collana di perle” e che a Teheran occorre nel quadro della materializzazione del corridoio indo-irano-turcico – traversante le terre dei pashtun e sfociante nello strategico porto di Chabahar.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il cui ritiro è soltanto parziale – rincasano i militari, restano spie, sabotatori e doppiogiochisti –, essi hanno e avranno a loro disposizione un ventaglio di idee e mezzi utili al boicottaggio dell’agenda sino-iraniana (e russa) per l’Afghanistan, tra i quali figurano e risaltano:

  • La possibilità di strumentalizzare l’antica rivalità tra sunniti e sciiti in chiave anti-iraniana – sarà da seguire, a questo proposito, la questione della minoranza sciita degli hazara afghani.
  • La possibilità di utilizzare i servizi segreti indiani per supportare la resistenza anti-talebana – si noti, a tal fine, la recentissima chiamata alle armi lanciata da Ahmad Massoud –, aggredire gli obiettivi cinesi in loco e, nel più roseo degli scenari, l’innescamento di faide fratricide.
  • La possibilità di fare leva sulle persistenti e consolidate diffidenze tra i talebani e il Cremlino – inclusiva di operazioni sotto falsa bandiera funzionali a sabotare il loro dialogo – con l’obiettivo primo e ultimo di allontanare lo spettro di una letale congiunzione.

Talebani: terribili ed imprevedibili

Nonostante i proclami relativi alla nolontà di fare (nuovamente) dell’Afghanistan uno dei centri di gravità dell’internazionale del terrorismo islamista, non va dimenticato che i talebani sono e restano una delle più potenti espressioni del fondamentalismo islamico, indi costituiscono una forza intrinsecamente attraente per tutte quelle entità ideologicamente affini: dal Daesh ad Al Qaeda, passando per l’Emirato del Caucaso e il Partito Islamico del Turkestan.

Mosca e Pechino, per la ragione di cui sopra, continuano a muoversi nello scacchiere afghano con estrema cautela, prediligendo i piedi di piombo ai passi più lunghi della gamba. Perché entrambe le potenze, invero, hanno tanto da guadagnare quanto da perdere. Guadagnare terreno nel cuore della terra a detrimento delle forze occidentali. E perdere una delle partite più importanti della competizione tra grandi potenze: quella per l’Afghanistan.

I russi, in particolare, temono che la talebanizzazione dell’Afghanistan possa rivitalizzare il comatoso Emirato del Caucaso ed avere degli effetti dirompenti in quello spazio compreso tra il Volga meridionale e il Caucaso settentrionale, caratterizzato da una popolazione prevalentemente islamica e da una lunga storia di ambizioni separatistiche dettate da moventi etno-religiosi (e sostenute da forze malevoli oltreconfine).

I cinesi, invece, non sottovalutano né il rischio attentati in terra afghana contro i propri obiettivi né trascurano la remota possibilità di una nuova stagione di ribellione nello Xinjiang trainata, per l’appunto, dai Talebani e dal Partito Islamico del Turkestan – quest’ultimo, curiosamente, è stato rimosso dall’albo delle organizzazioni terroristiche dall’amministrazione Trump alla vigilia dell’insediamento di Joe Biden.

Delineato il contesto generale, e palesate le principali preoccupazioni di coloro sui quali Washington ha scaricato (furbamente ma rischiosamente) l’oneroso fascicolo afghano, potrebbe non essere un caso – e probabilmente non lo è – che Pechino abbia recentemente premuto il freno in relazione all’avanzamento del CPEC – perché si scrive talebani, ma si legge Islamabad –, che Teheran stia cercando di accelerare il concretamento del corridoio indo-irano-turcico e che Mosca stia trattando gli studiosi del Corano con i guanti bianchi sullo sfondo dell’aumento concomitante delle operazioni antiterrorismo negli oblast più vulnerabili. Mosse diverse, e di attori differenti, che rispondono alla stessa logica e perseguono il medesimo fine: non cadere nel tranello bideniano.

Kabul è caduta, dunque, ma la partita per l’Afghanistan non si è conclusa: è soltanto entrata nel secondo tempo. E gli osservatori più acuti non commettano l’errore di fermarsi al raffronto superficiale e semplicistico tra Saigon 1975 e Kabul 2021. Si rammentino, invece, che alla cattura di Saigon avrebbe fatto seguito la dissoluzione dell’Unione Sovietica; battuta dagli Stati Uniti con le sue stesse armi e condotta verso l’implosione proprio qui, in Afghanistan, nel Cimitero degli imperi.