Il misterioso docente maltese Joseph Mifsud, al centro dell’indagine internazionale del Procuratore generale William Barr e di John Durham che dovrà stabilire se l’Italia nel 2016 abbia o meno collaborato con i democratici Usa per fabbricare false prove sul Russiagate, era in Italia fino allo scorso marzo. L’avvocato svizzero di Mifsud, Stephan Roh, ha dichiarato all’Epoch Times che il suo cliente ha vissuto fino a poco tempo fa in Italia, ma che il docente ha deciso di nascondersi di nuovo dopo la pubblicazione del rapporto finale sul Russiagate del consigliere speciale Robert Mueller (dunque il 18 aprile 2019).

L’avvocato spiega di aver perso i contatti con il suo cliente negli ultimi mesi, ma che un “amico” è stato in contatto con il professore fino a marzo-aprile, “poco prima che venisse pubblicato il rapporto Mueller”. “Joseph Mifsud ha detto a un amico che era in Italia, e che non è in grado di viaggiare. Ha poi spiegato a quella persona che presto le cose sarebbero andate bene”, ha detto Roh all’Epoch Times in una e-mail. “Dopo la pubblicazione del rapporto Mueller Mifsud ha continuano a nascondersi”. La testata americana pubblica la foto del docente nello studio legale di Stephan Roh, a Zurigo, datata 21 maggio 2018, e pubblicata nei giorni scorsi anche da Il Foglio.

Secondo la ricostruzione ufficiale, il docente affermò in un incontro dell’aprile 2016 a George Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, di aver appreso che il governo russo era in possesso di “materiale compromettente” (dirt) su Hillary Clinton “in forma di e-mail”. A quel punto l’ex consulente del presidente avrebbe ripetuto tali informazioni all’alto Commissario australiano a Londra, Alexander Downer, che a sua volte riferì tutto alle autorità americane. Da qui, il 31 luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti fra Trump e la Russia, accuse che in seguito si sono dimostrate inconsistenti

La deposizione di Joseph Mifsud a Barr e Durham

In un’intervista pubblicata su Repubblica, l’ex ministro Dc Vincenzo Scotti, fondatore della Link di Roma, respinge l’accusa americana secondo cui Mifsud è una spia: “Parlava troppo per essere una spia. E se lo faccia dire da un uomo che ha attraversato un bel pezzo di storia, che ha fatto il ministro dell’Interno, che è stato nelle istituzioni in un certo modo, e che viene da una scuola politica rigorosa come quella Democrazia cristiana”.

Eppure la verità su Joseph Mifsud potrebbe essere contenuta nella sua deposizione consegnata in estate all’Attorney General William Barr e a John Durham. E i contenuti, anticipati dal giornalista investigativo John Solomon su Fox News, sembrano smentire Vincenzo Scotti: “Posso assolutamente confermare che gli investigatori di Durham hanno ottenuto una deposizione audio di Joseph Mifsud dove egli descrive il suo lavoro, perché ha preso di mira George Papadopoulos, chi lo ha indirizzato a fare questo, quali istruzioni gli furono date, e perché ha messo in moto l’intero processo di introduzione di Papadopoulos alla Russia nel marzo 2016, che è davvero il punto focale e di partenza di tutta la vicenda della narrative sulla collusione” ha spiegato Solomon incalzato dalle domande di Sean Hannity. “Posso inoltre confermare – ha aggiunto il giornalista – che la Commissione giudiziaria del Senato ha ottenuto la stessa deposizione”.

“Mifsud collaboratore dell’intelligence”

Secondo quanto riferito da Solomon su The Hill, “Mifsud era un collaboratore di vecchia data dei servizi di intelligence occidentali cui venne chiesto di incontrare Papadopoulos a pranzo a Roma a metà marzo 2016”. Solomon ha ottenuto queste informazioni direttamente dall’avvocato del professor Mifsud, Stephan Roh. Secondo questa versione Mifsud era una spia dell’intelligence – italiana? Inglese? – e non un agente russo come fa intendere il Procuratore speciale Robert Mueller nel suo rapporto finale. Anche all’Epoch Times Roh conferma la notizia della deposizione.

“Se Mifsud è un agente russo, come ha affermato l’ex direttore dell’Fbi James Comey, i paesi della Nato passeranno anni a stimare i danni. Se non lo è, è la prova che l’Fbi di Comey non stava indagando sulla campagna di Trump – ma stava eseguendo un’operazione di controspionaggio contro di essa”, scrive ancora il New York Post.