La geopolitica della corsa allo spazio
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Londra e Bruxelles ai ferri corti sull’Irlanda del Nord, col governo britannico che rischia reazioni sanzionatorie dopo aver proposto di modificare unilateralmente il protocollo sulla Brexit del 2020. In difficoltà nei sondaggi, in rotta con una parte del suo stesso partito ma deciso a tutti i costi a uscire rafforzato dalla crisi Boris Johnson è, negli ultimi giorni, tornati alle origini per compattare attorno a sé il Partito Conservatore, aprendo in Parlamento un fronte tra il governo britannico e l’Unione Europea. Il pomo della discordia, questa volta, è l’Irlanda del Nord e la sua peculiare posizione nel Regno Unito post-Brexit.

La legge della discordia

Nella giornata di lunedì 13 giugno il governo Johnson, attraverso il Foreign Office del Ministro degli Esteri Liz Truss, ha promosso un disegno di legge che, se approvato, sconvolgerebbe l’applicazione del protocollo nordirlandese inserito nell’accordo sulla Brexit del 2020.

Le proposte di Johnson si concentrano su quattro aree, in cui il protocollo d’intesa concordato nel 2020 con Bruxelles che creava l’anomala situazione di mantenere l’Irlanda del Nord nel mercato interno europeo viene di fatto scavalcata. Londra intende in primo luogo rimuovere la controversa dogana interna inclusa nei porti del Mare d’Irlanda. In base al protocollo attualmente vigente, le merci che viaggiano dall’Irlanda del Nord verso la Gran Bretagna sono sottoposte a controlli di vario tipo. Un processo che crea un controverso confine commerciale interno del Regno Unito.

In secondo luogo, Londra vuole associare a questo uno spostamento della dogana con l’Ue al confine fisico tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda.

Ma non finisce qui, dato che il Financial Times sottolinea come le proposte più dirompenti siano la terza e la quarta, che aggiungono alle due disposizioni di partenza quello che a Bruxelles è parso un vero atto provocatorio. Il terzo punto del decreto studiato dalla Truss “pone fine al ruolo della Corte di giustizia europea (Cgeu) nell’applicazione del protocollo” del 2020 ritenuto “un affronto” al Regno Unito dagli euroscettici conservatori e cancella “anche il controllo dell’UE sugli aiuti di Stato e l’imposta sul valore aggiunto nella regione”.

Una quarta disposizione crea infine sul fronte del diritto commerciale “un doppio regime normativo, dando alle imprese” delle sei contee del Nord “la possibilità di scegliere se immettere le merci sul mercato dell’Irlanda del Nord secondo le norme britanniche o dell’Ue”.

Si tratta di un gesto ritenuto provocatorio da Bruxelles e che secondo il giornale della City ha anche causato un forte dissenso tra i Conservatori. L’Unione Europea è pronta a una battaglia legale e intende far ricorso contro BoJo proprio davanti alla Cgeu indicata dall’accordo sulla Brexit come foro di risoluzione delle controversie. Londra rischierebbe di essere ritenuta responsabile di vere e proprie violazioni del diritto internazionale e di venire condannata a pesanti multe. Se non le pagasse, ragiona l’Agi, l’Ue potrebbe decidere di imporre dazi sui prodotti britannici.

La partita si inserisce in un più ampio quadro politico in cui vanno tenuti in conto due scenari fondamentali: la lotta per il potere a Londra e la delicatissima situazione apertasi a Belfast dopo il voto di un mese e mezzo fa.

La “super-Brexit” di Johnson

Per mezzo del diritto interno britannico Johnson intende scavalcare un accordo internazionale e ristabilire le dinamiche post-Brexit alle sue condizioni, a quelle cioè che ritiene inutilmente peggiorate dal compromesso raggiunto tra il 2017 e il 2019 da Theresa May a cui, dopo l’ascesa al governo, si è di fatto dovuto confermare.

Da un lato questo serve a BoJo a consolidare la strategia di scaricamento all’estero delle tensioni accumulate sul fronte interno, ove dal Partygate all’inflazione diverse crisi tengono banco, e a tornare alle origini mobilitando la base Tory più euroscettica. Dall’altro, però, c’è da considerare la partita nordirlandese.

Il voto del 5 maggio scorso ha portato la sinistra nazionalista, repubblicana e separatista del Sinn Fein a uno storico sorpasso sugli unionisti del Democratic Unionist Party, sopravanzati di un seggio (28 a 27) e dunque scalzati dalla possibilità di nominare il First Minister, il capo del governo locale. La facoltà passerà, secondo gli Accordi del Venerdì Santo, al Sinn Fein mentre al Dup resterà la possibilità di nominare il vice. Gli unionisti non vogliono però usufruire di questa facoltà, aprendo di fatto la strada al rischio di una frattura nel processo di pace consolidato da quasi venticinque anni.

Il Dup da tempo non si fida di Johnson, dato che si ritiene scavalcato sul fronte dell’accordo siglato nel 2020, e chiede che la Brexit sia portata fino in fondo prima di riaprire un serio dialogo con Londra. Oggi sostiene, logicamente, la mossa con cui il Regno Unito potrebbe rafforzare il confine terrestre con l’Eire, mentre il governo britannico immagina che questa mossa possa esser prodomica a uno sblocco del processo di formazione del governo col via libera del Dup. Ma portare fino in fondo questa battaglia rischia di inimcare Londra al primo partito dell’Irlanda del Nord che presto potrebbe tentare la corsa al potere anche a Dublino. Buttando nel caos l’isola celtica e con essa l’intera relazione britannico-europea per una questione di consensi prettamente interna. Un’altra sfida di cui Johnson, in caso di mancato successo nel suo braccio di ferro, potrebbe dover rispondere di fronte alla base del Partito Conservatore.

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