Manca poco alle decisive elezioni britanniche che chiameranno per la terza volta in quattro anni il Paese alle urne per rinnovare la Camera dei Comuni. Boris Johnson ha scommesso sul ritorno anticipato alle urne per cercare di ottenere quanto era stato negato a Theresa Maynel 2017: un’ampia maggioranza parlamentare volta a garantire una Brexit guidata senza indugi dal Partito Conservatore. Piattaforma di partenza per il sogno della Global Britainritrovata potenza finanziaria e politica autonoma.

Allora, nonostante un guadagno di 5,5 punti percentuali e il 42,3% dei consensi, i Tory non riuscirono a vincere un numero di collegi uninominali sufficienti a ottenere la maggioranza assoluta. Questo perché nelle ultime settimane prima del voto subirono l’inattesa rimonta laburista, trainata dalla capacità del leader Jeremy Corbyn di giocarsi sul terreno della campagna elettorale le sue partite migliori.

Adesso come allora Corbyn arriva in rimonta: se tra il 2015 e il 2017, così come nell’ultimo biennio, aveva inizialmente pagato le incertezze sulla Brexit la campagna per le elezioni gli ha permesso di portare il focus sui problemi concreti dei cittadini britannici. Sanità, infrastrutture, sicurezza, lavoro: la sfida Johnson-Corbyn si è giocata su temi reali, sul futuro potere di spesa del governo britannico, sul comune sentore della necessità di una discontinuità, interpretata da Johnson con un ritorno a una classica agenda conservatrice depurata dal superamento dell’austerità e da Corbyn con il rilancio di una piattaforma di sinistra radicaleinnestata su un robusto piano di nazionalizzazioni.

Johnson non ha fatto l’errore della May, che nel 2017 condusse una disastrosa campagna elettorale sottovalutando Corbyn. Nel suo manifesto elettorale, fa notare il Financial Times, si ritrovano la promessa di un incremento di 20mila unità nel personale del National Health Service (Nhs),un aumento di 20 miliardi di sterline degli investimenti infrastrutturali e tagli alle tasse sul lavoro.

I conservatori sono proiettati nei sondaggi in ampio vantaggio, a +150 seggi sui laburisti (360-365 contro poco più di 210), abbastanza da consentire una comoda maggioranza, ma bisogna ricordare che anche nel maggio 2017, poco prima delle ultime elezioni, le previsioni parlavano di un plebiscito a favore di Theresa May, accreditata di oltre 400 seggi (ne otterrà 310) contro i 150 del partito di Corbyn (che ne otterrà più di 260). In un sistema fondato sui collegi uninominali in cui 192 seggi non hanno cambiato padrone dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi (98 laburisti e 94 conservatori) la partita è di fatto aperta in quei seggi “contendibili” dove anche eventi avvenuti sul filo di lana possono far la differenza.

Johnson ha cavalcato le debolezze della comunicazione di Corbyn (dalle accuse di antisemitismo che continuano a bersagliarlo ai tentennamenti sulla Brexit) riuscendo, come fa notare il quotidiano della City, a scappare in avanti nella corsa alla conquista dei seggi pro-Brexit dell’Inghilterra del Nord; nelle ultime ore prima del voto, tuttavia, il primo ministro uscente sta subendo numerosi colpi ai fianchi sul tema della sanità e sulla difficoltà a presentare un’agenda omnicomprensiva per la Gran Bretagna del futuro. La grande assente della campagna elettorale, in tal senso, è stata la politica estera. E se all’opposizione questa mancanza può essere riconosciuta come più marginale, per i Tory una grande incognita sarà la capacità di portare avanti l’idea di Regno Unito “imperiale” in caso di vittoria.

Sicuramente i due leader hanno conquistato una vittoria comune riducendo la sfida, sostanzialmente, a un testa a testa dopo che le elezioni europee avevano consegnato l’immagine del tracollo di popolarità dei partiti dominanti nel panorama inglese. Il consenso conquistato in quell’occasione, caratterizzata dal voto proporzionale, da Brexit Party e Liberaldemocratici è rapidamente evaporato. Johnson e Corbyn hanno compattato il loro elettorato tradizionale e ora si sfidano per la conquista della classe media del Regno Unito profondo, spina dorsale della vittoria del Leave al referendum del 2016 e ago della bilancia nei successivi voti nel Paese. Johnson ha condotto con sagacia la campagna elettorale ma il vecchio socialista Corbyn, decano dei Comuni, non va sottovalutato: la campagna elettorale è il suo terreno preferito. E a poche ore dall’apertura delle urne nulla è scontato nel Paese di Sua Maestà.