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Il Partito Conservatore arretra, come previsto, il Partito Laburista avanza ma non trionfa e c’è la sorprendente rinascita dei Liberaldemocratici, oppositori numero uno della Brexit di Boris Johnson: il voto alle elezioni locali nel Regno Unito è stato sicuramente poco favorevole per il partito di Boris Johnson ma non si è tramutato in un naufragio totale come i sondaggi lasciavano presagire.

Proiettato su scala nazionale, il voto per il rinnovo di consigli municipali, cariche di sindaco e amministratori dei borough di Londra ha visto i Laburisti sorpassare i Conservatori (35% contro 30% dei voti) ma i Lib-Dem risorgere fino al 19%.

A Londra i Laburisti strappano ai Tory due dei consigli dei borough che avevamo indicato come decisiv per capire i trend politici nella capitale: Wandsworth, Barnet e Westmeinster vedono infatti le giunte conservatrici capitolare; la vittoria dei Laburisti non raggiunge l’agognato doppiaggio (50 a 25%) nella capitale, ma è comunque ampio (43,9% dei voti contro 25%, 1.128 consiglieri complessivi contro 508); nell’ex “Muro Rosso” sfondato da Johnson sulla scia del voto per la Brexit alle elezioni del 2019, invece, non perdono il controllo del centro industriale di Sunderland, ritenuto uno dei termometri per il partito di Keir Strarmer.

Secondo Josh Halliday, corrispondente del Guardian del Nord dell’Inghilterra, Josh Halliday, il Labour a Sunderland, dove rischiava di perdere il controllo del consiglio per la prima volta da quando è stato fondato nel 1974. Il Labour aveva una maggioranza di soli sei consiglieri nell’autorità di 75 seggi che è riuscito a difendere nel nuovo “Muro Blu” dei Tory. Non cadono in mano “rossa” invece Redditch nel Worcestershire e Harlow nell’Essex, indicati come obiettivi politici della sinistra. E i Lib-Dem hanno a sorpresa goduto da terzi incomodi nell’ex roccaforte operaia di Hull.

Sul voto dell’Inghilterra John Curtice, uno dei massimi politologi britannici, ha sottolineato alla Bbc che i dati indicano come iI Conservatori restino più forti nelle contee che hanno votato per il Leave nel 2016 a netta maggioranza, mentre a livello locale i Laburisti non franano nelle loro ex basi e mantengono un netto vantaggio nelle città popolose. Londra lo testimonia, ma anche il ribaltone consumato a Southampton è un’ulteriore indicazione.

Johnson ha parlato di risultati “interlocutori”: certamente non si è verificata l’onda lunga di voto di protesta contro il carovita, l’inflazione e la destabilizzante atmosfera del Partygate da lui temuta, ma il bicchiere è sicuramente più pieno che vuoto. Molti parlamentari conservatori non digeriscono la sconfitta e lo ritengono responsabile, mentre le opposizioni vogliono metterlo sotto pressione: Gavin Barwell, parlamentare conservatore vicino a Theresa May, ha definito “catastrofica” la nottata, ma la sua è una voce molto isolata. Se la pardita dovesse attestarsi sui 200-300 seggi consiliari su quasi 2000 conquistati alle precedenti elezioni si tratterebbe di una sconfitta ma non di un tracollo, visto che le stime peggiori parlavano di una perdita di 500-600 seggi.

Il Labour può sicuramente sorridere, ma tornano le divisioni interne. La sinistra laburista invece, raccolta intorno alla piattaforma Momentum vicino a Jeremy Corbyn, ha dichiarato che il partito, spostatosi al centro, avrebbe perso “una grande occasione per creare un’alternativa” restando sotto i risultati di Corbyn del 2018.

I Laburisti non fanno la differenza a livello nazionale rispetto ai Conservatori come i sondaggi avrebbero inizialmente garantito perché manca loro un passaggio decisivo nel voto in Scozia, ove allo Scottish National Party si aggiungono come forza trainante i Verdi.

Nella terra oltre il Vallo d’Adriano un interessante risultato è giunto dal consiglio comunale di Glasgow, dove Susan Aiken del Snp, a capo del consiglio, è stata rieletta ma sorpassata al primo posto dai Verdi in termini di preferenze. I Verdi hanno capitalizzato lo sfruttamento a proprio favore della vetrina del Cop26 come spot politico ambientalsita. I Verdi, spinti dal loro accordo di condivisione del potere con l’Snp dopo le elezioni del Parlamento scozzese dello scorso maggio, si qualificano sempre più come forza autonomista, orientata a sinistra, pro-spesa pubblica. Nel voto locale in Scozia sono la grande sorpresa, risultando di fatto il secondo partito più votato dopo i nazionalisti: hanno ottenuto il loro primo seggio negli Scottish Borders, nel consiglio dell’East Lothian, nel consiglio del South Lanarkshire, nel North Lanarkshire e nelle Shetland e stanno registrando ottimi risultati altrove. Miles Briggs, parlamentare Tory al parlamento scozzese, parla invece di un pessimo risultato per la destra in Scozia.

Manca, per completare l’opera, il voto in Irlanda del Nord, ove lo scrutinio procede a rilento. In questo caso, non si tratta di un referendum pro o contro Johnson. Ma di un voto in grado di cambiare per sempre la storia dei rapporti tra Londra e l’Ulster se la sinistra cattolica del Sinn Fein, repubblicana e unionista, dovesse superare nel voto per il parlamento locale i monarchici protestanti del Dup. Sarebbe la vera rivoluzione copernicana a cambiare Belfast, e lì andremmo oltre il tema del referendum su Johnson, aprendo a un giudizio a tutto campo sul futuro stesso del Regno come Stato unitario. Occhi puntati, dunque, su Belfast: ogni partito nazionale seguirà con attenzione un voto slegato, perchè più importante, di tutti quelli di piccolo o medio cabotaggio andati in scena in Gran Bretagna.

 

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