L’elezione di Boris Johnson a leader del Partito Conservatore e quindi a primo ministro del Regno Unito era data per certa, ma non ha comunque mancato di sorprendere molti. La personalità sopra le righe del nuovo premier britannico e le sue idee forti su molti temi hanno contribuito infatti a renderlo un personaggio divisivo, oltre che a dargli molta visibilità.

Come spesso accade in questi casi, Twitter è stato il mezzo attraverso il quale i leader mondiali hanno espresso le loro felicitazioni per l’insediamento del nuovo primo ministro.

Donald Trump, spesso associato a Johnson per i modi poco attenti al protocollo e alle buone maniere, si è subito congratulato e ha dimostrato un’immediata vicinanza di idee, come più volte dichiarato in passato. In giornata aveva anche descritto Johnson come il “Trump britannico”, dimostrando tutto il suo apprezzamento. Il cambio di guardia al 10 di Downing Street probabilmente porterà ad un riavvicinamento tra i due storici alleati (ultimamente messi alla prova  dalla leader uscente Theresa May e dalle dichiarazioni offensive nei confronti del presidente americano da parte del dimissionario ambasciatore britannico a Washington). Non è un mistero come per molti sostenitori della Brexit l’ormai prossima uscita del loro paese dall’Unione europea dovrebbe corrispondere ad un nuovo bilanciamento dei rapporti a favore del potente alleato atlantico.

Michel Barnier, negoziatore capo di Bruxelles nel difficile processo di uscita del Regno Unito in seguito al referendum di tre anni fa, ha dichiarato di voler lavorare costruttivamente col nuovo governo britannico, in modo da facilitare la ratifica dell’accordo di distacco e ottenere una Brexit ordinata.

Johnson è stato un grande sostenitore del “Leave” nella campagna referendaria del 2016 che ha portato ad innescare il processo di uscita di Londra dalle istituzione comunitarie e non ha mai risparmiato critiche, spesso infondate, relative ai vincoli e ai costi della macchina europea. Si è inoltre detto intenzionato a rispettare la data del 31 ottobre per completare il processo di uscita, con o senza accordo.

Nel discorso di insediamento di fronte al celebre ingresso della residenza di governo nella londinese Downing Street, Johnson si è comunque detto certo di poter negoziare un nuovo accordo con l’Europa, eventualità che i negoziatori europei hanno invece sempre negato, attenendosi a quanto elaborato in anni di estenuanti tentativi. I segnali sembrano quindi sottolineare il rischio di un’uscita senza accordo.

A tal proposito, Leo Varadkar, primo ministro irlandese, nel congratularsi con il nuovo omologo ha invece ricordato come il suo Paese condivida un difficile confine con l’Irlanda del Nord e come sia necessario lavorare per evitare l’ipotesi di tornare ad un confine chiuso tra i due territori. Tale eventualità diventerebbe reale proprio in caso di distacco senza accordi.

Tra coloro che hanno espresso le proprie congratulazioni per la nuova carica c’è anche il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, il quale non ha dimenticato di avvertire il nuovo leader relativamente al confronto in corso tra i due Paesi nello stretto di Hormuz. Dopo il recente sequestro da parte di Teheran di una petroliera battente bandiera britannica infatti le relazioni sono al punto di rottura e l’Iran ha ricordato come non cederà di un millimetro nel proteggere le proprie acque territoriali.

Tra i sostenitori di Johnson ci sono altri leader conservatori come l’israeliano Benjamin Netanyahu e l’australiano Scott Morrison.

Se quindi le reazioni dei principali capi di Stato e di governo sono tutte all’insegna dei buoni rapporti istituzionali, molte testate straniere non hanno nascosto critiche e ricordato le numerose gaffe del nuovo occupante del ruolo che fu di Winston Churchill e Benjamin Disraeli. L’edizione europea di Politico titola “Perché l’Europa non può smettere di ridere di Boris Johnson”, associandolo a Donald Trump, aggiungendo che però se ne discosterebbe perché, a differenza del presidente americano, non ha alle spalle una superpotenza capace di garantirgli un rispetto che vada al di là della propria personalità.

Il tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung titola in maniera ancora più caustica “Il clown che voleva essere re del mondo”, mentre il danese Politiken attacca senza mezze misure sostenendo che Johnson abbia creato la sua intera carriera su bugie senza vergogna e un’estrema forma di auto-promozione.

Quel che è certo è che, al di là delle caratteristiche del personaggio, per Johnson si apre una fase nuova che lo porterà ad affrontare dossier urgenti e molto difficili come la già citata e ormai imminente Brexit e la crisi con l’Iran. Ancor più difficile sarà dare una nuova identità ad un Regno Unito che ha deciso cosa non vuole più essere, ma che si trova ora ad affrontare un mondo di giganti senza essere dotato di particolari protezioni.