Dopo il plebiscito elettorale che ha permesso di rispettare le scadenze per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, Boris Johnson vara il primo rimpasto di governo per modellarlo maggiormente a sua immagine e somiglianza. E sebbene la mossa appaia meno drastica di quanto prospettato negli scorsi giorni, l’impatto rimane forte, considerando come non siano passati nemmeno due mesi dal suo insediamento al numero 10 di Downing Street.

L’obiettivo della mossa, secondo quanto riportato dalle fonti vicine al premier britannico, sarebbe quello di premiare i membri del partito che negli ultimi anni hanno dimostrato maggiormente il proprio impegno, aiutando la Gran Bretagna ad uscire dallo stallo successivo al referendum popolare del 2016. In particolare, un graduale svecchiamento del ceto dirigente dovrebbe essere attuato, in linea anche con la visione politica di Johnson e base della sua propaganda elettorale.

Dopo un primo rimpasto al ministero del tesoro e dovuto alle dimissioni di giovedì del consigliere dello scacchiere Sajid Javid e rimpiazzato con Rishi Sunak (ex capo della segreteria), Johnson nei prossimi giorni deciderà quali altri cambiamenti apportare al l’esecutivo. Le dimissioni a sorpresa sarebbero però in questo state state dovute, secondo quanto riportato da Adnkronos, a differenti visioni riguardo la struttura del gabinetto esecutivo.

Tuttavia, nel partito conservatore ed in tutta la politica britannica non sono mancate le critiche alla posizione del primo ministro, accusato di non rispettare le volontà popolari. Soprattutto, considerando come una larga fetta di voti acquisiti, in realtà, fossero figli della Brexit e non tanto di una migrazione definitiva dalle fila dei Labours, come invece è stato lasciato intendere dallo stesso Johnson. Creando dunque un governo più conservatore e fedele alle sue linee guida, si andrebbe a peggiorare il consenso verso l’elettorato più moderato: mossa criticata dalle opposizioni ma anche dai compagni conservatori, che hanno evidenziato il rischio di un drastico calo nei consensi.

Nella situazione che sta attraversando la Gran Bretagna e con il duro lavoro interno ed estero da svolgere, perdere consenso potrebbe rivelarsi problematico soprattutto per quanto riguarda la “vendita” all’elettorato degli accordi raggiunti. Inoltre, danneggerebbe la già tesa questione irlandese, cui minoranza cattolica da un governo troppo conservatore non si sentirebbero assolutamente rappresentate; mentre la rottura con Nicola Sturgeon diverrebbe forse definitiva.

In questo scenario, Johnson ha preferito un governo maggiormente allineato per poter contare su persone di fiducia in grado di seguire soprattutto i trattati internazionali per i nuovi regolamenti commerciali di cui Londra necessita. Non solo l’Europa infatti ma anche gli Stati uniti sono un fronte aperto – e di più difficile gestione – e questo particolare necessiterà di un grande sforzo da parte dell’attuale esecutivo.

A meno di due mesi, dunque, una parte del governo verrà già cambiata: anche se al momento non è ancora chiaro quanti o quali siano i nomi che ruoteranno. Tuttavia, gli elementi sono sufficienti per valutare come Johnson, ad appena due settimane dall’uscita effettiva del Regno dall’Unione europea, sia deciso a dare un’accelerata alle questioni: nella speranza di arrivare nel più breve tempo possibile ad una risoluzione delle questioni, nonostante gli attriti che si sono già creati soprattutto con la controparte europea di Ursula Von der Leyen.

Johnson, in fondo, è ben conscio di come la sua vita politica sia stata sin dal principio un aut aut, cui risultato non potrà che essere una vittoria o una sconfitta, con il pareggio che non è contemplato. Se il Regno ne uscirà rafforzato e la sua economia tornare a ricoprire l’importanza passata, il primo ministro ministro avrà davanti tanti anni ancora di governo: in caso contrario, le possibilità che venga rispedito a casa con la stessa velocità con cui è stato eletto sono molto elevate. Ed in questa battaglia, Johnson è obbligato a scegliere una squadra che gli sia vicina e lo rappresenti: conscia di essere legata al destino del proprio leader.