SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

In quei terreni paludosi intorno al Delta del Mississippi, una volta, era tutto Partito Democratico. Non quello attuale, in gran parte assimilabile a una formazione europea di centrosinistra, ma quello che era diretta espressione della classe politica ex schiavista. Un partito che governava con pugno di ferro colpendo non solo gli afroamericani, ma anche gli organizzatori sindacali e gli appartenenti alla sinistra. Questo partito è stato a lungo alleato con una controparte nordista progressista e liberal che però chiudeva entrambi gli occhi su quello che accadeva a Sud della linea Mason-Dixon, perché non si poteva fare a meno di un blocco elettorale compatto.

Le cose sono cambiate, sin da quando i presidenti Kennedy e Johnson decisero di chiudere una volta per tutte la ferita della segregazione razziale. Fu a caro prezzo. Gradualmente, l’elettorato conservatore di quegli stati si spostò sul partito repubblicano, che divenne sempre più il dominatore di quei territori, consolidandosi negli anni della presidenza Obama, quando il partito democratico fece un passo ulteriore, identificandosi con le élite urbane e accademiche in misura sempre maggiore. E infatti, nonostante la sua vittoria netta contro John McCain nel 2008, si cominciò a vedere un primo crollo dei dem nelle contee rurali. E questo fu fatale nel 2014 per la senatrice Mary Landrieu, uno dei voti decisivi per l’approvazione della riforma sanitaria di Obama, che venne sconfitta dall’attuale senatore repubblicano Bill Cassidy, un moderato di centrodestra.

C’è un’eccezione a questo mood che ha visto il Profondo Sud svuotarsi da eletti dem a livello statale. Oltre alla commissaria all’agricoltura della Florida Nikki Fried e ai senatori Jon Ossoff e Raphael Warnock, confermati anche grazie alle convulse settimane post elettorali dopo la sconfitta di Donald Trump alle elezioni dello scorso novembre, c’è il governatore della Louisiana, John Bel Edwards.

In altri stati, Edwards sarebbe stato un democratico come tanti: ex paracadutista con otto anni di servizio, ritorna in Louisiana per motivi familiari e inizia a fare l’avvocato, fino all’elezione, nel 2007, come deputato statale, ovviamente di minoranza. E di questa minoranza dem ne diventa leader, distinguendosi per il suo profilo centrista. Nel 2015, quando finisce il secondo mandato il popolare governatore repubblicano Bobby Jindal, Edwards si candida. Sembra una gara senza speranza, in uno stato che non aveva più eletti democratici. Ma lo fa per spirito di servizio, unico candidato democratico maggiore, contro un parterre repubblicano che vede un senatore in carica come David Vitter, il vicegovernatore uscente Jay Dardenne e il commissario ai servizi pubblici Scott Angelle. Un candidato decoroso per non sfigurare: difficile vincere in uno stato ormai diventato un bastione conservatore fuori dai centri urbani.

Lì però, c’è una svolta inattesa, spiega a InsideOver Brian Brox, docente di scienze politiche alla Tulane University di New Orleans: “Vitter venne coinvolto in uno scandalo sessuale e un cattolico come Edwards si presentò come un’alternativa morale, raccogliendo a sorpresa anche l’endorsement di Dardenne, uscito sconfitto alle primarie”. Una vittoria larga con il 56% che arrivò dopo il disastro obamiano del midterm 2014, contraddistinte dal fatalismo della leadership nazionale dei democratici, ormai focalizzato sulle presidenziali 2016. Edwards mise sul piatto anche altre caratteristiche che avrebbero contraddistinto la sua azione di governo, spiega Brox: “Il governatore è molto più moderato della leadership nazionale del Partito Democratico”.

A cominciare da un paio di questioni molto care all’elettorato repubblicano: il diritto a portare armi e l’opposizione all’aborto, posizioni entrambe sostenute da Edwards. Non sempre però è sufficiente, ai repubblicani da queste parti basta un candidato “accettabile” per vincere, altrove è più difficile spiega ancora Brox: “nel vicino Mississippi l’ex procuratore generale Jim Hood aveva delle posizioni simili, ma non è bastato nel 2019 per vincere, grazie al vento trumpiano che soffiava forte nel profondo Sud”. Anche Edwards è stato bersagliato da Trump che lo ha definito un liberal obamiano, ma con scarso successo. Per il professor Brox in quel caso “l’essere il governatore in carica ha aiutato contro un neofita come l’imprenditore Eddie Rispone”. Anche se il secondo giro elettorale il margine è stato molto ridotto: soltanto il 51%.

Non bisogna pensare però che Edwards sia un repubblicano sotto mentite spoglie, è anche molto attento alla spesa per il welfare: “Spende molto in istruzione, sanità e infrastrutture, convincendo gli elettori che certi interventi concreti non hanno partito, anche se in realtà è una posizione classica dei democratici” argomenta Brox. Questi ultimi invece lo amano o lo tollerano soltanto? “Gli elettori liberal urbani sono consapevoli che questo tipo di democratico è quello che ci vuole per vincere un’elezione in Louisiana e quindi lo accettano a naso turato”.

Ed è anche un governatore che riesce a compiacere un elettorato moderato repubblicano che non si riconosce nelle posizioni radicali del procuratore generale dello stato Jeff Landry, che invece incarna una visione militante e trumpiana. Per questo è naturale pensare anche al suo futuro politico. Per Brox non è detto che intenda sfidare uno dei senatori in carica, né il moderato Bill Cassidy né il trumpiano John Neely Kennedy. “I democratici nazionali probabilmente dovranno dargli qualche incarico. Non possono, come hanno fatto negli ultimi anni, puntare solo sull’elettorato urbano e abbandonare al dominio repubblicano intere aree del paese. John Bel Edwards può essere la persona giusta per ricostruire questo collegamento con un paese con un elettorato che i democratici a Washington hanno dimenticato da tempo” conclude. Solo così la vittoria elettorale arriderà ai dem lontano dalla costa, lontano dai centri urbani e soprattutto lontano da  semplici colpi di fortuna.