Nell’ultimo turno delle primarie – quello che si è svolto la scorsa notte – Joe Biden ha trionfato in quattro Stati su sei. Bernie Sanders, salvo miracoli dell’ultima ora, può iniziare a ragionare su una sconfitta che sembra inevitabile. Pete Buttigieg, Kamala Harris, Amy Klobuchar, Michael Bloomberg: questi sono i principali candidati che si sono ritirati in corsa, optando per sostenere l’ex vice presidente di Barack Obama. Joe Biden ormai può contare su quasi l’intero partito. Un elemento che sta influendo molto sull’esito della corsa.

Nel corso di questa settimana, si è fatta da parte pure la senatrice Elizabeth Warren, che però ha evitato di dichiarare a mezzo stampa la sua preferenza elettorale. La senatrice del Massachusetts, dopo una serie di batoste. avrebbe potuto dare una mano ad un amico di vecchia data. Bernie Sanders non ha tuttavia ricevuto alcun soccorso rosso. Anzi, è possibile che anche la senatrice Elizabeth Warren, già individuata dalla corrente Obama-Clinton come possibile candidata alla vicepresidenza, finisca nell’elenco di coloro che preferiscono Joe Biden. Ma cambia poco.

Joe Biden si è piazzato sul primo posto del podio in Michigan, in Missouri, nell’Idaho e nel Mississipi. Le vittorie che contano sono soprattutto le prime due. Il Michigan e il Missouri appartengono al Midwest, la macrozona che ha consentito a Donald Trump di staccare un biglietto per la Casa Bianca nel 2016. Quella dove risiede la “working class”. I democratici – a questo punto non solo il partito, ma anche gli elettori – stanno facendo un ragionamento d’opportunità: Joe Biden, tra i candidati, è l’unico a poter dire la sua negli swing State. Quelli che cambiano colorazione politica con facilità. Gli Stati Uniti stanno dimostrando di non essere pronti per un candidato “socialista”, che rimane una parola abbastanza impronunciabile in buona parte del territorio federale. Anche il supporto dato a Sanders da Alexandria Ocasio-Cortez, vero fenomeno politico-mediatico degli ultimi due anni, si sta rivelando vano. Bernies Sanders, quasi per paradosso, sta andando meno bene di quattro anni fa, quando ha impensierito sul serio Hillary Clinton.

Il “vecchio leone” del Vermont, stando alle proiezioni dello spoglio che ancora in corso, dovrebbe segnare due punti: uno in North Dakota ed uno nello Stato di Washington. Non può bastare. La situazione relativa al numero dei delegati assegnati per candidato sta diventando chiara. E il distacco cresce. Il Super Tuesday ha dato uno scossone. Ci saranno almeno un altro paio di passaggi chiave, ma la strada per l’ex numero due della Casa Bianca adesso è tutta in discesa. Sanders paga il fatto di non essere riuscito a convincere le minoranze. Sino a questo momento. Biden non piace molto alle nuove generazioni, ma la classe media è convinta che la normalità dell’uomo nato a Scranton settantasette anni fa sia l’unica alternativa al trumpismo.

Bernie Sanders, con buone probabilità, non si dichiarerà sconfitto fino a che la matematica glielo consentirà. Intanto gli Stati Uniti devono far fronte alla possibile situazione emergenziale dovuta alla diffusione del coronavirus. New York, che deve ancora esprimersi in queste primarie, è lo Stato più interessato dai casi. Biden e Sanders dovranno misurarsi anche con questo argomento, che rischia di rappresentare uno spartiacque elettorale decisivo in vista di novembre. Donald Trump, in queste settimane, ha minimizzato. Ma il “demone” adesso è arrivato anche negli States. E più di qualche commentatore si aspetta che la recessione, la conseguenza naturale nel caso in cui il coronavirus attecchisse in modo tangibile, possa mischiare le carte. Si vedrà.

Donald Trump contro Joe Biden è, ad oggi, la sfida più probabile. Gli Stati Uniti saranno chiamati a scegliere, ancora una volta, tra un uomo proveniente dall’economia reale e un membro dell’establishment partitica. Non sono in pochi a pensare che gli asinelli, pure in questa circostanza, abbiano sbagliato cavallo, ripetendo gli stessi errori fatti quattro anni fa.

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