In poco più di due anni presidenza abbiamo conosciuto diverse sfumature di Joe Biden: il veterano impassibile della politica americana, lo sleepy Joe oggetto dello scherno di Trump, il padre della nazione, l’incorreggibile gaffeur, il presidente alla ricerca di una dottrina personale, il miracolato delle midterm. A più di un anno dalla corsa che potrebbe incoronarlo nuovamente, il presidente sembra già aver vissuto la dose sufficiente di polvere e altare per provarci ancora.

Mesi fa, prima dell’appuntamento delle elezioni di metà mandato, i dem, assieme al suo progetto politico, sembravano spacciati per via di bassa popolarità e scelte suicide. Oggi, il quadro sembra quasi ribaltarsi, anche se per buona parte per demerito altrui. Tuttavia, nonostante la mancata red wave che ha stravolto le sorti del Congresso Usa, Biden stenta a comunicare la sua decisione sul 2024: a novembre aveva giustificato la scelta con la “comodità” di non doversi ancora comportare da candidato, ma i mesi passano, i vantaggi aumentano e l’annuncio fatidico pare che non arriverà se non a primavera. A questo punto è lecito chiedersi il perché.

“Consumare” il Gop

Se il risultato parzialmente ottimale dei Repubblicani avrebbe comunque concesso un vantaggio strategico nei mesi a venire, le vicende delle ultime settimane restituiscono un panorama del partito affatto lusinghiero. Per buona parte, questa decadenza è avvolta attorno alla spirale politica e personale di Trump: incastrato nei suoi garbugli elettorali che pesano come macigni, odiatissimo dai compagni di partito, e perfino messo al bando dagli ultras del pro-life che ora ne prendono le distanze e ne chiedono la testa.

Ma il Gop non è solo Trump, purtroppo e per fortuna. La triste epopea dell’elezione dello speaker alla Camera racconta di un partito incapace di avere un’identità nel momento in cui si celebra il funerale del trumpismo. E non è solo questione di “correnti”. Nelle ore tumultuose che hanno portato alla elezione di Kevin McCarthy è andata in diretta nazionale ogni sorta di miseria di partito che il presidente ha bollato come “imbarazzante”. Tutto grasso che cola per la Casa Bianca. La tortuosa candidatura di McCarthy a guidare il Gop esemplifica lo stato disfunzionale di un’ala politica che lotta per articolare un messaggio centrale o presentare un candidato che possa fare appello a elettori indipendenti, suburbani e donne, ma che sta perdendo pezzi e credibilità.

Lo spettacolo indecoroso di questi giorni è stato troppo perfino per un mastino come l’ex presidente della Camera Newt Gingrich, che tre decenni fa ha gettato le basi per un dirompente caucus repubblicano che riprendesse il controllo della Camera. “Il GOP è nel caos”, ha detto Gingrich. “A livello presidenziale, hai un’ala ‘sempre Trump’ contro ‘Mai Trump’. C’è un vuoto di leadership all’interno del GOP dopo che gli sforzi di Trump per essere il kingmaker a metà mandato sono falliti. L’appello è quello di unificare, ma si tratta di un miracolo che ha meno di due anni per compiersi prima dell’appuntamento a Milwaukee nel luglio 2024. Il disordine all’inizio dell’anno esacerba il dolore di un partito che non è riuscito a capitalizzare le tendenze del 2022, compresi i bassi indici di approvazione di Biden e l’inflazione dilagante.

La suspance fino a primavera

Aspettare così tanto, perché? Il mezzo miracolo delle midterm avrebbe potuto essere l’ennesima ghiotta occasione per lanciare la candidatura di Biden per il 2024, eppure il suo staff preferisce attendere ancora. Il perché non è un mistero: Biden resta Biden, al di là delle isterie del Gop. Non bisogna infatti dimenticare che nel rush finale delle midterm, la Camelot bideniana aveva quasi posto un veto sull’eccessiva esposizione del presidente, temendo pericolosi autogol: per questo era toccato a Barack Obama e a Bill Clinton rimboccarsi le maniche e fare i saltimbanchi nelle ultime ore di campagna elettorale, rispolverando la retorica del sogno. Tantomeno gli esiti del voto hanno portato ad un annuncio sull’onda dell’entusiasmo, forse per non essere offuscati dalla candidatura di Trump che giungeva da Mar-a-Lago, suo buen retiro di gioia e dolore, giusto il giorno dopo la scadenza del termine fissato dalla commissione d’inchiesta del Congresso, che aveva convocato l’ex presidente per testimoniare sui fatti del 6 gennaio 2021. In quei giorni, un contro-annuncio di Biden sarebbe apparso come un inseguimento, pertanto politicamente debole come strategia.

L’attesa della candidatura non è dunque insolita, e il limite della primavera dell’anno pre-elettorale è, tutto sommato, una consuetudine dei suoi predecessori incumbent. Tantomeno si può pensare che questa sia una decisione che non contempla le condizione fisiche e mentali di un uomo che si trasformerebbe nel più anziano presidente degli Stati Uniti.

Mai come questa volta, però, le ragioni sono eminentemente “tecniche”. I tempi della comunicazione politica attuale portano a pensare che sia tardi secondo un’ideale tabella di marcia. Ma non si può dimenticare che le campagne, nel tempo, sono diventate anche più costose e il mercato dei media è un ginepraio che non fa sconti: sostenere tutto questo per più di 24 mesi, con tutti i dossier caldi che urgono alla presidenza, potrebbe essere un suicidio. Senza dimenticare poi gli indici di gradimento: un altro fattore, che ha afflitto Biden per gran parte dell’ultimo anno, e che solo nelle ultime settimane è aumentato, ma che deve ancora raggiungere il 45%.

Stravolgere le primarie

L’attendismo di Biden potrebbe essere legato ad un altro grande progetto, che mira a gettare scompiglio nel meccanismo delle primarie. Non si tratta di banale gerrymandering, bensì di uno stravolgimento della scaletta del voto, che potrebbe andare a favorire questo o quel bacino elettorale.

Il presidente ha infatti chiesto ai leader della commissione elettorale del Partito democratico di fare della Carolina del Sud il primo Stato tra quelli chiamati alle primarie. L’idea è che gli elettori di colore abbiano molto prima la possibilità di mostrare la propria voce. Grandi cambiamenti, come l’eliminazione dell’Iowa dal suo influente primo posto e l’elevazione della Carolina del Sud, sono sulla buona strada. Ma altri, come spingere la Georgia nella prima finestra o costringere il New Hampshire a rinunciare al suo status, sembrano molto più difficili da raggiungere nonostante il clamore che circonda l’approvazione preliminare del piano.

Il progetto di Biden consiste nel risollevare voci svantaggiate nel partito. Fare in modo che gli elettori neri, il blocco elettorale più affidabile, vengano messi in risalto affinché siano fiamma pilota del voto in tutta la nazione, soprattutto su argomenti come il cambiamento climatico e la riforma della giustizia penale. C’è poi un secondo obiettivo, quello di riconquistare gli elettori bianchi della classe operaia e del Midwest che si sono rivolti al Gop a causa di un impegno democratico prevalentemente “costiero”. E non sarebbero solo gli elettori neri a trarre vantaggio dalle modifiche proposte da Biden al programma delle primarie: i Latinos e la generazione Z saranno altrettanto fondamentali. Ad ogni ciclo, i Democratici si preoccupano di come sarà l’affluenza dei giovani. Fomentati, in Stati come il Michigan, dalla possibilità di votare per inserire il diritto all’aborto nella costituzione statale e dall’opportunità di mantenere il georgiano Raphael Warnock al Senato, i giovani sono stati decisivi per i democratici. Di conseguenza, spostare stati come il Michigan e la Georgia in alto nel calendario elettorale sarebbe una meritata ricompensa.

L’ago della bilancia in Ucraina

Sebbene la diplomazia sottotraccia continui il suo instancabile lavorìo, a livello personale Biden sembra ormai aver abdicato ad essere l’ago della bilancia nel conflitto in corso, lasciando alle divise il compito di condurre la diplomazia in assenza di menti alla Kissinger. Tuttavia, il contributo Usa alla risoluzione del conflitto in corso, potrebbe trasformarsi, di rimbalzo, in una medaglia sul petto del presidente uscente.

Nelle ultime settimane la Casa Bianca aveva smussato il freno alle richieste da parte di Kiev che avevano fatto presagire un “abbandono” americano nei confronti della causa stessa. Del resto, il risultato delle midterm non ha causato quel brusco stop “agli assegni in bianco” che molti prefiguravano. La visita lampo di Volodymyr Zelensky negli Usa ha poi rafforzato, nella sua singolare iconografia, un rapporto saldo, sebbene paternalistico, tra Kiev e Washington. Si tratta di un’insidiosa arma a doppio taglio: la pace come la intendono gli Stati Uniti non è la stessa che intende Zelensky. Per Kiev non esistono sconti alla Russia di Putin, mentre a Washington la pace ha da tempo una foggia ben più “pragmatica” checché ne dica Biden: quanto basta a non permettere di fare di un’eventuale tregua un successo da esibire in campagna elettorale.