Sembra tirare aria di “scissione” all’interno di Jobbik, il partito ungherese tacciato in passato di xenofobiaanti-semitismo e oggi divenuto la principale forza di opposizione al premier Viktor Orban.

A poche settimane dal voto ungherese (che aveva visto una schiacciante vittoria di Orban, con il 47,89% dei voti) il partito guidato in questi anni da Gábor Vona ha deciso andare a congresso per stabilire la nuova leadership e le battaglie future del movimento, finendo però sul limite della rottura interna.

Sebbene infatti Jobbik fosse riuscito ad ottenere un discreto 23% dei voti, il risultato non era stato giudicato soddisfacente dallo stesso Vona, che aveva così deciso di dimettersi. A sfidarsi sono state quindi le due anime del partito: da una parte quella decisa a continuare il percorso per “ripulire” Jobbik da un passato giudicato troppo estremo, dall’altra l’ala dura, quella del blocco totale dell’immigrazione, dei muri di filo spinato e delle guardie armate ai confini. A guidare quest’ultima, Toroczkai László, il sindaco di estrema destra divenuto famoso per aver dato vita a squadre “anti-immigrati” nel piccolo comune di Asotthalom, al confine tra Serbia e Ungheria. László, da alcuni anni critico nei confronti del nuovo percorso intrapreso dal partito, giudicato troppo “morbido” e “aperto” nei confronti della sinistra ungherese e delle altre forze di opposizione, si è però dovuto sfidare con Tamas Sneider, braccio destro di Vona e candidato nel nome della “continuità”. Un vero e proprio testa a testa che ha visto vincere di misura il “moderato” Sneider, tra la rabbia della quasi metà del partito. Secondo il sindaco di Asotthalom (e molti dei suoi sostenitori) le condizioni di partenza infatti non sarebbero state eque e per tutta la durata del congresso si sarebbero verificate una serie di scorrettezze tese a favorire il candidato dell’ex leader Gábor Vona. In particolare le critiche verterebbero intorno alla selezione dei delegati al congresso che, come riportato dalle indiscrezioni di gran parte della stampa ungherese, sarebbero stati scelti accuratamente per evitare la vittoria dell’ala più radicale.

L’11% dei delegati legati a László, ad esempio, sarebbe stata scartata per fare posto a quadri di partito più “fedeli” a Vona e gli interventi durante l’assemblea sarebbero stati pesantemente contingentati. “Ci sono stati concessi appena 12 minuti per presentare il nostro programma davanti alla platea del congresso – ha attaccato subito dopo l’esito della votazione Toroczkai László -, ora però bisogna guardare avanti. L’unica cosa di cui mi interessa è che la metà dei delegati ha sostenuto la nostra linea, ed è a queste persone che bisognerà dare risposte in futuro. Per ora mi concentrerò a fare il sindaco – ha proseguito il primo cittadino – ma è sicuro che dovremo aprire una seria riflessione sulla possibilità di continuare a rimanere all’interno di questo partito”.

László e i suoi potrebbero così finire per rompere definitivamente con Jobbik e tentare di dar vita ad un nuovo partito “alla destra” del Fidesz di Orban e dello stesso Jobbik. Una manovra rischiosa, ma quasi obbligata secondo il politologo ungherese Daniel Deák. Deák, da tempo studioso delle dinamiche interne a Jobbik, il quale ha ribadito alla tv ungherese M1 che l’unica possibilità per László sarebbe quella di agire rapidamente. “Se l’ala più radicale del partito intende davvero tentare la corsa in solitaria – ha fatto presente il politologo – è necessario che si muova rapidamente, così da massimizzare il malcontento nella base del partito in seguito all’ultima sconfitta. Più il tempo passa, più invece il nuovo presidente Sneider potrà proseguire nella sua opera e ‘normalizzare’ Jobbik. Al ‘centro’ e a ‘sinistra’, in Ungheria, esistono intere praterie in cui raccogliere i voti delle persone che non hanno votato Orban ma nello stesso tempo non avevano mai votato il partito di Vona perché troppo estremista. Così facendo passeremmo da un partito di estrema destra a uno in grado di farsi portavoce dell’Ungheria contraria al presidente Orban”. Qualora però anche il principale partito di opposizione dovesse andare in frantumi, la strada per “l’uomo forte” di Budapest probabilmente sarebbe ancora più spianata.