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«Se eleggi un pagliaccio, aspettati un circo» non è soltanto uno slogan. È piuttosto un monito, di discreta attualità anche nel nostro Paese sempre in grado di superarsi quando si tratta di scendere in basso quanto a scelte politiche «innovative». L’invito a riflettere arriva dal Guatemala. Due anni fa gli elettori della più classica «repubblica delle banane», infestata da una corruzione endemica e pervasiva, avevano sperato di fare un passo in avanti scegliendo per la carica di presidente un outsider che più outsider non si può: un comico famoso in tutto il Paese centroamericano per le sue sparate populiste ma soprattutto moraliste, il cui bersaglio preferito era la classe politica corrotta e ladrona.

Non che Jimmy Morales, questo il nome dell’ambizioso comico guatemalteco, avesse tutti i torti: nel 2015 le strade della capitale erano affollate di manifestanti esasperati dall’attitudine alla ruberia del presidente Otto Pérez Molina e della sua vice Roxana Baldetti, in seguito entrambi arrestati per corruzione quando ogni limite era stato superato. Morales, che nel frattempo era stato «illuminato» dall’idea folle di prendere il loro posto, poteva scatenarsi con l’ironia. Ed eccolo nel suo seguitissimo programma televisivo «Moralejas» prendere in giro improbabili candidati di fantasia che raccontano agli elettori «barcate di bugie», e farli oggetto di dosi massicce di moralismo spicciolo, ricordando ai reprobi della politica nazionale che «la gente non è stupida» e che «si accorge di quelli che vanno a dormire poveri e si risvegliano ricchi».

Trasfondendo questa retorica nella sua stessa campagna elettorale contro candidati veri, nell’ottobre 2015 Jimmy Morales trionfa alle presidenziali con un rotondissimo 67 per cento dei voti. È l’uomo anti-establishment che fa pulizia dei ladroni, il giustiziere dei corrotti, il vendicatore degli umiliati.

Pochi in Guatemala sembrano aver considerato che il personaggio è decisamente improbabile, che un comico può far ridere in teatro ma anche far piangere se collocato in un palazzo del potere. L’esasperazione e il bisogno di illudersi che il problema non sia nella corruzione di alcuni ma in quella diffusa a vari livelli in un popolo intero rende ciechi gli elettori, e il dado è tratto: Morales il clown diventa presidente e promette, naturalmente, onestà (questa la sentiamo ripetere in coro anche dalle nostri parti) e trasparenza nell’esclusivo interesse del pueblo.

Non trascorre molto tempo che la realtà si incarica di risvegliare dal sogno il pueblo medesimo. Dapprima il presidente-comico inizia a manifestare i segni dell’inettitudine a gestire il potere che era così bravo a evidenziare in Neto, il suo personaggio preferito di quando faceva il comico e basta. Successivamente sembra voler passare direttamente nel campo che dichiara di combattere. Succede infatti che il 27 agosto scorso Morales ordina l’espulsione dal Paese di un personaggio al quale avrebbe dovuto mostrare semmai gratitudine. Si tratta di Ivàn Velàsquez, un colombiano che dirige la missione dell’Onu incaricata di investigare sulla corruzione in Guatemala, e che ha svolto un ruolo decisivo nel processo che ha portato alla caduta di Pérez Molina e della Baldetti. Qual è la colpa di Velàsquez agli occhi del presidente moralizzatore? Di aver cercato di fargli togliere l’immunità dopo che è emerso che si era «dimenticato» di rendere pubblici 900mila dollari di contributi alla sua vittoriosa campagna elettorale. Via, sciò.

Quell’impiccione di colombiano stava facendo emergere verità molto scomode, che nel frattempo sono comunque diventate di pubblico dominio. In particolare che nel partito di Morales sarebbero confluiti una quantità di personaggi in precedenza implicati nei traffici più che sporchi dei suoi predecessori: traffici che avevano a che fare con fiumi di cocaina diretti negli States e che vedevano implicati decine di uomini d’affari non limpidissimi e tanti generali le cui mani in decenni di guerra civile si erano sporcate di molto sangue.

A questo punto il Parlamento guatemalteco non ha potuto fare a meno di occuparsi di una questione non esattamente inedita nel Paese: la corruzione del Numero Uno e la sua eventuale esautorazione per indegnità. E qui il Grande Moralizzatore e i suoi uomini hanno dato il meglio di sé. Approdata in aula, la raccomandazione di una commissione legislativa di togliere l’immunità al presidente necessitava in base alla legge di 105 voti favorevoli sui 129 deputati presenti: ne sono arrivati soltanto 25. Successivamente è stata tentata la strada di votare per l’avvio di una causa penale contro il presidente, ma anche qui solo 28 deputati hanno ritenuto che fosse il caso. Il fatto che nel Parlamento di Città del Guatemala il partito del presidente abbia la maggioranza assoluta non sembra avere un ruolo secondario nelle scelte di coscienza dei deputati.

L’opposizione grida alla «pugnalata contro il popolo», che in realtà si è pugnalato da solo due anni fa. La pagliacciata continua.

Roberto Fabbri

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