C’è un filo sottile che collega l’attentato del 28 dicembre al pullman di turisti vietnamiti nella piana di Giza e il massacro delle due turiste scandinave dello scorso 17 dicembre sull’Atlante marocchino ed è quello del terrorismo islamista, quello degli sgozzamenti e degli attentati ai turisti con un modus operandi che ricorda il periodo nero tra metà anni ’90 e i primi anni del 2000, quando il nord-Africa divenne teatro di una serie di carneficine perpetrate da vari gruppi jihadisti.

Il 17 novembre 1997 un commando di sei terroristi legati alla Gama al-Islamiyya camuffati da agenti delle forze di sicurezza attaccava un sito turistico nei pressi di Luxor e massacrava 62 persone (4 egiziani e 58 stranieri). I sei jihadisti, muniti di armi automatiche e coltellacci, giunsero sul posto in mattinata e diedero il via a un massacro che durò quasi un’ora, nel corso del quale numerosi corpi, specialmente di donne, furono mutilati a colpi di machete.

Il 4 settembre 2001 due gruppi di terroristi islamisti prendeva di mira il complesso turistico costiero di Zeralda, 30 chilometri a ovest di Algeri, uccidendo sette persone e ferendone undici.

Il 16 maggio 2003 una serie di attentati suicidi perpetrati da terroristi di al-Qaeda colpivano una serie di obiettivi a Casablanca, con un bilancio finale di 33 morti (oltre ai 12 terroristi rimasti uccisi) e più di 100 feriti.

E’ chiaro, il contesto odierno è ben lontano da quello di quegli anni, sia per il numero delle vittime che per le potenzialità da parte dei terroristi di perpetrare attacchi di tale portata. Il jihadismo globale ha subito pesanti sconfitte su più fronti, in Siria, in Iraq, nel Caucaso settentrionale; lo stesso esecutivo egiziano guidato dal presidente Abdelfattah al-Sisi, seppur target primario del terrorismo islamista locale, sta dimostrando di sapere come rispondere alla minaccia jihadista. Il giorno dopo l’attentato al pullman di turisti infatti l’esercito egiziano ha dato il via a una serie di operazioni che hanno portato all’eliminazione di 40 jihadisti legati al gruppo filo-Isis Ansar Bayt al-Maqdis; le autorità del Cairo non sembrano avere dubbi sul fatto che siano loro i responsabili dell’attacco.

L’Egitto continua ad avere problemi di sicurezza, questo è evidente, lo dimostrano attentati come quello al volo charter della compagnia russa Metrojet abbattuto nell’ottobre del 2015 sopra il Sinai, oppure gli accoltellamenti di turisti a Hurghada nel luglio 2017 o ancora quello dello scorso novembre al pullman di pellegrini copti, per non parlare dei frequenti attacchi contro le forze armate.

Negli anni i mukhabarat egiziani hanno però rafforzato e adeguato le proprie modalità operative nei confronti di un jihadismo che è notevolmente cambiato rispetto a quello degli anni ’90, con gruppi terroristi dalle strutture più frammentate e fluide.

Diverso invece il caso del Marocco che da inizio 2000 subiva soltanto due attentati di notevoli proporzioni, nel 2003 a Casablanca e nel 2011 a Marrakech. Nonostante ciò, le autorità marocchine sono ben consapevoli dell’incremento del numero di simpatizzanti jihadisti sul proprio territorio e operano costantemente per sgominare cellule in procinto di attivarsi contro obiettivi istituzionali e turistici. Non a caso il Dipartimento di Stato consiglia ai turisti statunitensi in viaggio in Marocco di evitare tragitti prevedibili e di mantenere un profilo basso.

Il massacro delle due turiste scandinave è una vera e propria doccia fredda per le autorità di Rabat, non soltanto per l’attentato in sé ma anche per l’efferatezza dell’atto, con tanto di filmato pubblicato in rete (plausibilmente dagli stessi terroristi) prima di venire rimosso dalle autorità competenti.

Le tempistiche degli attentati di Giza e alle pendici del Toubkal non lasciano molti dubbi, in meno di 20 giorni due attacchi, entrambi contro mete turistiche e in alta stagione. L’obiettivo è chiaro: colpire il turismo di Marocco ed Egitto, la componente più importante della loro economia.

Sono segnali chiari che seppur deboli, non vanno sottovalutati. Il jihadismo qaedista e quello dell’Isis, dopo la disfatta siriana, si è in buona parte spostato in Africa, in particolare nella zona del Sahel, contesto favorevole dove può contare su appoggi locali e reti presenti da tempo e strutturate.

Un’area ottimale dove riorganizzare le proprie attività sfruttando i vari traffici di sigarette, di sostanze stupefacenti e di esseri umani, in accordo con le tribù locali. Dalla “piattaforma” del Sahel non è poi difficile fornire supporto ai fratelli jihadisti che puntano a colpire i governi “infedeli” del nord-Africa, dal Marocco all’Egitto, ma senza perdere di vista la Libia dove pochi giorni fa è stato colpito il Ministero degli Esteri e la Tunisia, alle prese con una fase istituzionale particolarmente delicata e con elevato rischio di attacchi da parte dei jihadisti, inclusi quei 6mila tunisini partiti per unirsi a Isis e al-Qaeda in Siria.

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